De-edipizziamo Torino

Editoriale

✸ Editoriale. De-Edipizziamo Torino

Ghostare tuo padre #1 e #2 hanno circolato relativamente poco sul web e nei gruppi. Però divertenti sono state le poche recensioni non richieste arrivate. Siamo «monnezza», «estremistз», «antiscientificз», «rendendo intollerante l’ambiente accademico», «non politicamente neutralз» – e infine la migliore, incorniciata sul qui presente retrocopertina: «la rovina di interi dipartimenti». D’altra parte su Reddit qualcuno risponde: «Colpa tua che leggi le riviste queer. Lascialз nel loro brodo, e basta.» Oppure: «Elucubrazioni che sono effetti collaterali del primo mondo, lavoreranno pure loro prima o poi». Qualcuno ci ha pure detto che assomigliamo a Lucignolo – noi troppo attraversatз dalla Mediaset che portiamo la «teoria gender» (che paura!) e altre «devianze» delle Gen-Z in seconda serata («avete messo a letto lз bambinз…?»).

Da un lato pensiamo che ci sia un certa forma (molecolare) di oppressione in certa comicità cis-etero, in un certo sforzo di far passare qualunque contro-discorso come deficiente – come ad avere qualcosa da difendere…

Dall’altro lato – è Bene ricordarselo – bisogna parlare contro sé stessi, crearsi degli handicap: una lingua non è mai soltanto un insieme di parole: abita un corpo, passa attraverso una «retorica del gesto». Scrivere non è «servirsi della lingua» ma cercarne gli inciampi, gli ostacoli, persino inventarli per complicare la propria espressione – per sottrarla alla “comunicazione”, cioè al riprodurre e far circolare soltanto significati dominanti o parole d’ordine.

✸ Questo numero speciale di G.T.P. nasce in occasione della Giornata dell’editoria queer indipendente…

…organizzata da Magazzino sul Po a Torino, il 7 settembre 2025. È perciò un’uscita pensata come situata, attraversata dalla città e dai suoi muri, dai suoi desideri repressi e dalle sue fughe visibili.

Abbiamo scelto di intitolarlo De-edipizziamo Torino come gesto collettivo di disidentificazione: un invito a sciogliere i legami normativi tra identità e origine, tra desiderio e colpa, tra appartenenza e obbedienza. Non si tratta solo di parlare “contro il padre” – che sia biologico, ideologico o statale – ma di spostare lo sguardo, di aprire fessure nei dispositivi edipici che ordinano lo spazio urbano, i corpi, le relazioni. L’Edipo non è solo una struttura psichica, è una macchina sociale che fabbrica famiglie, ruoli, autorità e marginalità. De-edipizzare significa sabotarla dall’interno.

✸ Le fotografie di scritte sui muri che accompagnano questo numero sono quasi tutte il frutto di due pratiche: la flânerie e la deriva situazionista.

Due camminate irregolari, due metodi per smarrirsi e per guardare la città non come uno sfondo, ma come un testo da riscrivere. Le scritte sono state raccolte a Torino, e portano con sé il segno di un’esistenza materiale e precaria. Sono resistenti, deterritorializzanti, destituenti: spezzano la linearità del paesaggio urbano, si oppongono al silenzio della pietra e al rumore delle merci. Sono frasi senza autore, ma non senza voce.

Piccoli sabotaggi dell’ordine visivo, inviti al pensiero, forme spontanee di contro-editoria. Per questo abbiamo voluto includerle: perché stanno dalla stessa parte delle zine, delle alleanze provvisorie, delle soggettività eccedenti.

✸ La parabola della Street Art non è che l’ennesima storia di addomesticamento:

nata come rabbia anonima delle periferie, gesto adolescenziale di sfregio e desiderio, si è trasformata in estetica di regime, in pubblicità urbana. Dal graffito storto, pieno d’odio e di libertà, al murales istituzionale che riqualifica senza mai risolvere, il passo è stato breve. Quello che era illeggibile, inconciliabile, caotico, è stato reso linguaggio standardizzato, consolatorio, instagrammabile.

L’arte che doveva spaventare, disturbare, sporcare, viene resa buona e pedagogica, utile al potere progressista quanto a quello capitalista. Dal vandalismo al brand: Banksy è il paradigma di questa deriva, ribelle in vetrina, guerriglia di mercato, rivoluzione stampata su magliette e tazzine. Non più graffitari contro la pubblicità, ma graffitari come pubblicità.

È in questa sterilizzazione che torna necessario un elogio del graffito brutto: il tag anonimo, l’insulto osceno, la frase buttata male sul muro o in un cesso. Sono tracce vitali, gesti che non vogliono essere comunicazione ma puro sfogo, testimonianza di una presenza che non si lascia addomesticare. Lì resta la possibilità di un’arte come caos, come atto di disobbedienza e incomunicabilità, non come decorazione urbana.

Oggi, a Torino come altrove, la street art è diventata il volto buono del decoro. Ma dietro i faccioni di santi, magistrati e calciatori, resta la nostalgia di quelle scritte infestanti che non chiedono il permesso. De-edipizziamo Torino significa anche questo: restituire spazio all’errore, alla bruttezza, alla rabbia che non si lascia sublimare. Perché l’arte non insegna nulla, non consola, non riqualifica: sfigura.

✸ Gli articoli di questo numero arrivano da una call for papers in cui, in generale, le linee guide erano molto vaghe…

…per mettere molta libertà di scelta nella scrittura. Infatti gli articoli sono diversi, sono accomunati solo dal provenire – e quindi situarsi – tutti dallo sfondo torinese, a cui anche si rivolgono. Ma Torino in queste pagine non è protagonista in senso proprio. Piuttosto è solo simbolo momentaneo attraversato da soggettività incarnate e pensanti in prospettive analiticamente differenti e magari anche distanti (le teoria critica, l’urbanistica, il cinema, il linguaggio, l’auto-fiction…). Ogni articolo è a sé e tuttavia entra in relazione con gli altri, in un’alleanza provvisoria e strategica. Dispiega la singolarità del punto di vista non come soggettivismo, ma come localizzazione. E comunque non c’è coerenza né programma, se non quello di continuare a porre domande e a rifiutare le risposte già pronte.


➊ Nel panorama del femminismo del ventunesimo secolo, l’attivismo digitale…

…ha dato voce a chiunque sia mai stato vittima di violenza di genere. Ne Il latte versato esploriamo le complessità e le tensioni che emergono quando le discussioni sulla violenza sfidano le gerarchie sociali e linguistiche consolidate. Vediamo come la violenza di genere sia profondamente radicata, normalizzata all’interno delle mura domestiche e rafforzata da un sistema patriarcale. E ancora: smantelliamo il preconcetto che il femminismo sia un movimento di odio contro gli uomini, dimostrando al contrario come la lotta sia volta a liberare il maschile dalle aspettative di una società ciseteronormativa. Attraverso un’analisi che intreccia il personale con il politico, questo pezzo denuncia un sistema che continua a giustificare e a spostare la colpa sulla vittima. La conclusione è audace: se un problema è sistemico, ogni sua componente ne fa parte. Finché non verranno contestati pubblicamente e in maniera inequivocabile i comportamenti che originano dalla violenza, questa continuerà a manifestarsi.


➋ Per secoli, le mappe ci hanno detto cosa guardare, dove andare e, in definitiva, chi siamo.

Ma cosa succede se mettiamo in discussione questa visione? Se smettiamo di guardare le strade come semplici percorsi e iniziamo a vederle come archivi di resistenza? Chiudete Lingotto fiere è un invito audace e provocatorio a riscrivere la geografia di Torino, non con le sue mappe ufficiali, ma attraverso le esperienze, i desideri e le rivolte dei corpi queer. Questo pezzo ci guida in un viaggio psicogeografico che trasforma la città da monolite di ordine e controllo a un paesaggio fluido e vivo, fatto di soglie, interstizi e «zone temporaneamente autonome di desiderio». Esplorando concetti come la «geourbanistica critica queer», vediamo come ogni gesto – una camminata senza meta, una risata, un graffito – diventi un atto di insubordinazione, una narrazione che smantella la mitologia eteronormativa e ne crea di nuove, radicalmente libere. È una guida per non-turisti, un manuale per sabotare il quotidiano e, in definitiva, un manifesto per abitare la città non come fantasmi, ma come agenti di un nuovo, inarrestabile mito.


➌ C’è un tipo di film che non si limita a raccontare una storia…

…ma ti entra sotto la pelle, ti risuona dentro come un’eco lontana di un ricordo che non sapevi di avere. In Tv che brillano, corpi che cambiano vediamo come I saw the TV glow (2024) di Jane Schoenbrun è uno di questi. È un’opera che sfugge a ogni definizione, un sogno a occhi aperti intriso di colori al neon e atmosfere rarefatte, un labirinto di specchi in cui realtà e finzione si fondono fino a diventare indistinguibili. Ma se scaviamo oltre la superficie “lynchiana”, scopriamo un cuore pulsante e doloroso, che esplora il corpo queer non come un luogo di trasformazione, ma di prigionia e sacrificio. L’articolo si immerge in questa visione radicale, analizzando come Schoenbrun dipinga la transizione come un atto violento e totalizzante: una scelta tra la morte simbolica del proprio corpo e la soffocante menzogna di una vita non vissuta. Eppure, proprio quando il film sembra condannare il corpo a essere solo una gabbia o un epitaffio, l’articolo offre una prospettiva inaspettata. Confrontando l’opera di Schoenbrun con altri capolavori del cinema queer come Bixa Travesty e Tangerine, emerge una domanda cruciale: e se la transizione non fosse un’implosione, ma un’espansione? Se il corpo non dovesse morire per brillare (glow), ma crescere (grow), sovrascrivere nuove soggettività? Questo pezzo è più di una semplice recensione; è una meditazione profonda sul linguaggio del cinema, sulla fluidità dell’identità e sul potere politico di un corpo che si rifiuta di conformarsi. Preparati a essere sfidato e a vedere un film che ti cambierà il modo in cui guardi non solo la televisione, ma anche te stesso.


➍ Nel vasto vocabolario del mondo – che sempre viene infranto, “fatto e disfatto” dai parlanti – ci sono parole che…

…sono storia, dolore e, allo stesso tempo, una forza rivoluzionaria. In Le-sbi-ca: una parola che mette alla prova non si tratta di fare una semplice analisi, ma un viaggio intimo e potente nel significato di una parola che è stata distorta, ridotta a insulto o feticcio, ma che in realtà affonda le sue radici nella lirica di Saffo, nella potenza dell’amore e nella resistenza all’oppressione. Attraverso una riflessione profonda e personale, esploriamo il motivo per cui il patriarcato, spaventato da questa parola, riduce il lesbismo a un mero oggetto di intrattenimento pornografico: questa falsa accettazione è, infatti, un subdolo meccanismo di controllo che disumanizza e umilia. Bisognerebbe, piuttosto, riconquistare il vero potere del linguaggio, liberare una parola da anni di pregiudizi e a pronunciarla a voce alta, con fierezza e consapevolezza. Questo pezzo è un appello a rompere le catene dell’ignoranza e a costruire un mondo in cui ogni parola e ogni persona possano (r)esistere nella loro pienezza.


Elogio dell’incompiut❋ è una riflessione frammentaria e profondamente personale sul concetto di incompiutezza nella vita,

nell’arte e nelle relazioni. Attraverso una serie di aneddoti e pensieri sparsi come found footage, mettiamo discussione l’idea che solo ciò che è “perfetto” o “finito” abbia di per sé valore.

L’opera stessa, scritta in modo apparentemente disordinato e con correzioni a mano, rispecchia il suo tema centrale: la bellezza e la validità dell’imperfezione e dei processi interinati. È un’opera ibrida, tra saggio personale, racconto e frammento diaristico, che mette in scena il paradosso dell’imperfezione come spazio vitale.

Attraverso memorie intime, storie familiari, incontri e riflessioni linguistiche, l’autore intreccia il tema dell’incompiuto con esperienze di burnout, differenze di genere, disabilità, soggettività queer e neurodivergenti, maternità e ritardi cronici. Ogni episodio – Nada ricoverata in burnout, la madre “fuori corso” da vent’anni, Maia sdentata, Lucia l’archivista contro i documenti – diventa un frammento che non chiude mai davvero il cerchio, ma apre possibilità nuove.

L’incompiuto dei corpi che sfuggono alla norma non è mancanza, ma condizione di esistenza, rifiuto della perfezione come completamento, scelta di vivere nel mezzo. L’opera non si propone come encomio definitivo, ma come esercizio di sospensione, un elogio impossibile che trova la sua forza proprio nel rimanere aperto.


✸ Questo numero è inattuale perché rifiuta di parlare il linguaggio del presente normalizzato.

È antiedipico perché cerca nel pensiero queer e nelle pratiche collettive non una nuova identità, ma una proliferazione di esistenze possibili. È autoprodotto perché nasce fuori dalle logiche di profitto, dalle strutture editoriali ufficiali, dai canali della legittimità culturale.

In generale, virtuoso può essere tutto quanto keeps you on your toes, in un don’t let them know your next move. Ovvero ciò che eccede, che inventa una figura che nessuno osa narrarti. Non si tratta di scoprire essenze quanto di inventare posture (o su «cosa può un corpo»). La virtù è l’arte della posizione narrativa, la capacità di abitare la scena del mondo con una forma di coerenza sensibile ma anche di contraddirsi, se necessario, per restare fedeli a una deviazione: non si è la somma dei ruoli quanto la deviazione che li disarticola per aprire possibilità altre.

Non pretendiamo di spiegare Torino, questo o quell’altro luogo o concetto: vogliamo solo tradurre – cioè tradire, che è lo stesso. Il ruolo del traduttore è essenzialmente quello del traditore: tradisce la lingua, ne fa un uso creativo, e quindi resistente. Perché viceversa l’atto di creazione è sempre un atto di resistenza – certo resiste alla morte, ma è soprattutto resistenza al dato, che significa allo stesso tempo “stato di cose” e “unità informativa”. Bisognerebbe analizzare qualcosa come «i data-base del potere», pensare una specie hackeraggio. La stessa etica della virtù, che è stata una tecnologia del dominio, oggi possiamo hackerarla. Intanto, ci perdiamo nei graffiti.

G.T.P. ha scelto l’autoproduzione per sottrarsi alle logiche dell’industria culturale. Puoi sostenerci acquistando le nostre autoproduzioni, facendo una donazione, oppure iscrivendoti alla newsletter:

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