Nuova pseudoscienza testosteronica

«Anno 2045. Il padre: ruolo sconosciuto. L’uomo è diventato non necessario.»
(da un video di Petar Duper)1

➊ Stregoneria del bodybuilding
Ogni epoca ha le sue stregonerie. La nostra non ha pozioni contro la iella, ma frullati proteici sponsorizzati sui podcast di maschi alpha; e i nuovi oracoli non leggono viscere né carte, ma grafici rubati da Reddit; infine, le formule magiche diventano logica da discount spacciata per verità universale, prendendo in prestito termini dalla biogenetica o dalla psicologia. I sacerdoti di questa religione sono i podcaster – ma noi preferiamo intenderli, in quanto altoparlanti di un’eiaculazione precoce collettiva, come dei podcastrati.
Questi fenomeni dell’ecosistema digitale non sono animali rari, anzi: proliferano come muffa sulle piattaforme di streaming, mascherandosi da voce della ragione e difesa della verità biologica. In realtà, il Verbo che diffondono non è null’altro che una nuova forma di pseudoscienza testosteronica, fatta di cliché, numeretti inventati e un’ossessiva paura della differenza. Va affermandosi è la setta, il culto, con i suoi riti e i suoi dogmi intoccabili.
Con toni da action hero, i sedicenti maschi alpha inneggiano alla forza, deridono le donne, e trasformano ogni consiglio sulla propria vita amorosa in una lezione di supremazia. Come qualsivoglia stronzata – ce lo insegna la televisione: «i podcast stanno ai millennial come i talk show stanno ai boomer» – questi spettacoli raccolgono milioni di visualizzazioni parlando di donne «gonfie di estrogeni» e geni della «puttanaggine».
Di base, il DNA non è tanto un fatto quanto una condanna – come la corporeità è per i cristiani una punizione. Destino mitico e perciò indiscutibile – con gli dèi non si discute.
Loro sono maschietti bullizzati che sono miracolosamente tornati dall’aldilà facendo qualche pushup (e scoprendo Pornhub). Le donne invece, ovviamente, sono vergini Marie o altrimenti troie, o entrambe le cose assieme. Devono dargliela perché il maschio è biologicamente portato a spargere il suo seme. Devono dargliela non dandogliela. Come da qualunque aporia – qui spinta al limite del paranormale –, non se ne esce. Pare che l’unica cosa che gli rimanga da fare a questi maschi è scopare tra di loro (no homo). D’altronde «l’uomo è ormonale, è testosteronico, qualsiasi cosa che si muova, basta che abbia una cazzo di parruca, vuole ingravidarla.»2
Pensiamo al Podcasterone di Petar Duper e Flavio Raponi, al Whatever Podcast di Brian Atlas ed Andrew Wilson, e poi i campioni del settore internazionale, i guru della destra sovranista e della redpill culture – Andrew Tate, Matt Walsh, Charlie Kirk, Ben Shapiro. Tutti intercambiabili, tutti con la stessa voce monocorde a mitraglietta, tutti intenti a rivendere l’ennesima ricetta virilista come se fosse scienza. Uno sciame di ventriloqui che ripetono sempre la stessa litania sessista, razzista, e omotransfobica.
I linguaggi che circolano in questi ambienti creano un microcosmo paranoico dove chiunque non sia un Chad viene svalutato e le donne sono accuse facili di ogni frustrazione. La comunità incel unisce così da un lato una narrazione di sconfitta personale e dall’altro la deumanizzazione delle donne: in pratica, si dipingono come martiri esemplari condannati dalla genetica, mentre intanto diffondono odio in veste di black humor.
Di fronte ai fatti, questi guru della “mascolinità” alzano la voce come vecchi sovrani in declino per sostenere norme di genere arcaiche, folcloristiche.
Ciò che è stato chiamato «politicizzazione del testosterone» funziona nell’ecosistema redpillato come l’ennesimo misfatto biopolitico. Il maschio alpha non esiste in quanto individuo, ma come grafico ormonale, come curva su un diagramma endocrino che deve rimanere alto, performativo. Il testosterone diventa così l’equivalente biologico del capitale: qualcosa da accumulare, monitorare, esibire come plusvalore corporeo. Non state guardando uomini, ma piattaforme di secrezione.
La biopolitica qui non è l’intervento dello Stato sul corpo, ma l’autogestione disciplinata dell’individuo che interiorizza il management chimico.
Il redpillato misura i propri picchi di T come un trader compulsivo misura le oscillazioni del Nasdaq, e il testosterone boosting prende il posto della speculazione. Ogni squat, ogni dieta carnivora, ogni integratore è una microtransazione che tiene in piedi il mito dell’alpha. Lì dove il potere ha già colonizzato, non c’è bisogno di polizia: basta un flacone di zinco e la voce cavernicola di uno Youtuber.
Il testosterone diventa così segno politico: il redpillato lo brandisce come un’arma di riconquista maschile, come se la virilità fosse un territorio perduto. Ma nel momento stesso in cui ne fa un feticcio, mentre predicano la loro «libertà dall’ideologia femminista», non fanno altro che inchinarsi al dogma più spietato della modernità: la vita si misura e si ottimizza con un doping dell’anima.

➋ Pornografia del triggered
Il successo di Brian Atlas si basa su clip di pochi secondi in cui «dipinge le donne come creature disperatamente stupide».
Dietro la chiacchiera – risse verbali con ragazzine easy target – si cela un laboratorio di sadismo, una coreografia del disagio femminile fatta per nutrire l’algoritmo e la palle di cafoni soli.
La donna invitata non è un’interlocutrice, ma un un animale da zoo, un avatar di stupidità implicato appositamente per essere smontato – o meglio: roasted, destroyed, triggered.
È la pornografia del dolore traslata sul feed: la women in distress come carburante per l’erezione digitale dello spettatore. Non si tratta mai tanto di argomentazioni più o meno oneste, perché l’onestà intellettuale non entra nemmeno in calcolo: si tratta di godimento. Godere dell’imbarazzo, dello sguardo che cerca un appiglio e non lo trova, dell’incartarsi, del disagio. Che poi è una dinamica normalizzata sia nelle mura domestiche – a partire dalle camere da letto: con la differenza che qui la penetrazione è retorica, ma non per questo meno oscena – che non. La vediamo semplicemente sovra-rappresentata e, perciò, due volte normalizzata.
È risaputo come l’intrattenimento sia, in sostanza, ciò che ci trattiene. Nella contemporaneità, invece, si fa strada il contenuto come contenimento. Bunker in cui non circolano discorsi differenti, ma solo riduzionismi e cliché violenti incasellati in titoli capslock.
Il sadismo del potere è quello più puro perché elude la nozione di gioco – che sappiamo essere rivoluzionaria – e lascia intatta solo quella di dominio – che qui corrisponde all’umiliazione in diretta. Un coito secco, cerebrale, consumato tra virgolette, risate e sezioni commenti intasate di idiozie.
Ma non è solo voyeurismo: è una macchina che addestra desideri. Il potere, ancora una volta, si rivela nella sua veste di codificatore, di fabbrica di discorsi e dunque comportamenti. I laboratori maschili di sadismo diffuso, dove il godimento nasce dall’umiliazione altrui e viene riciclato in engagement, hanno conseguenze materiali: legittimano la derisione, educano all’ostilità, scolpiscono pratiche di silenziamento – se va bene: altrimenti, innescano tendenze omicide più o meno latenti.
Se le ospiti sono selezionate non per dibattere ma meramente per essere «demolite» è perché la distruzione diventa valuta simbolica: più letale il colpo, maggiore il capitale reputazionale del presentatore. L’aggressione è una strategia comunicativa, e ogni accurato ritaglio di conversazione diventa meme, tormentone, clip che a scatena flame.
Non ci pare casuale che le espressioni viralità e influenza, cioè espressione mediche, abbaino preso piede nei contesti social-mediali. In questo specifico caso, dobbiamo pensare l’evidente risentimento di questi maschi come rovesciamento immunitario istituente una difesa simbolica che scambia ogni offesa reale o immaginata per un antigene da cui costruire immunità collettiva.
Così i piccoli umiliati si aggregano, e la loro reazione diventa tessuto connettivo: slogan e posture anticorpi che si moltiplicano a ogni clip. È una fisiologia del rancore che si autoalimenta: più viene riconosciuta come identità, più si rafforza e replica – sicché la patologia è al contempo strategia.
Ecco come prende piede questa micro-religione laica che, in quanto tale, istituisce miti vendicativi e trasvaluta i valori col fine di prevalere. I maschi repressi sacralizzano l’evidente risentimento e ne fanno dogma, e il meme ne opera la funzione mitopoietica. Cambia soltanto l’ambito: il mito non si tramanda via sermone ma via algoritmo; il rito non è la comunione ma l’engagement. Disinnescare il fenomeno significherà allora anche impedire che un tale ressentement diventi sistema immunitario sociale dominante, bloccare i flussi di rancore personale dall’essere influenti, distribuiti sul mercato come norme.

➌ Malocchi socio-biologici
Introdurre la biologia come scudo è una mossa tipica di questa cultura: essa diventa amuleto giustificatorio scagliato ovunque si alzi una voce fuori dal coro.
Sempre più uomini ricorrono a terapie con il testosterone non per motivi medici, ma per aumentare chissà quali prestazioni. Questo fenomeno è parte del più ampio culto dell’iper-mascolinità potenziata: assumere ormoni viene descritto come modo per ingannare la vecchiaia e la morte e mantenersi forti e attraenti. Ritorna sempre questa componente di occultismo, tipica degli amanti delle conspiracy theories. Oltretutto, questi uomini hanno le loro versioni della ormai di moda legge dell’attrazione, che prende la forma di tecniche del corpo per incrementare l’attrattività sociale nei confronti del sesso opposto. Si pensi al looksmaxxing del mento, la diffusione di Minoxidil e terapie ormonali, la Sacra Palestra.
Dietro al gergo e gli hashtag di auto-miglioramento incel si riformulano discorsi apertamente misogini come se fossero consigli di fitness. In breve: si vende la Bibbia del maschio tossico camuffandola da biohacking pop.
Queste dichiarazioni si sforzano, per quanto (tanto) fuorvianti, di apparire scientifiche, cioè giuste. Chiaramente la scienza ci piscia sopra: non c’è bisogno che vi facciamo la lezione. Piuttosto vogliamo ribadire come il livello qui sia lo stesso dell’antropologia fisica ottocentesca, della frenologia, della fisiognomica, e chi più ne ha più ne metta.
La pseudoscienza testosteronica è semplice da apprendere: prendi una mezza verità dalla grammatica scientista, la stiri nel sole del pregiudizio e la pieghi attorno a una storia eroica. Il risultato è sempre lo stesso: una spiegazione biologica che notoriamente non spiega nulla, ma giustifica tutto. Il trucco non è sofisticato: per travestire pregiudizi da dibattito razionale, si parte da una parola che suona seria – genetica, evoluzione, ormoni… – e la si usa come una bacchetta magica retorica. L’uditorio applaude per la forma, non per la verità.
Dobbiamo iniziare a capire che la misoginia è, come il razzismo, riconducibile all’elaborazione di un paradigma tassonomico che reifica le differenze sessuali biologiche e le traduce in gerarchie ontologiche e, dunque, etiche. Questa operazione, apparentemente descrittiva, inaugura in realtà una strategia di normalizzazione. Ma se le scienze hanno smentito il sesso come destino, perché e – soprattutto – come esso persiste? È qui che entra in gioco la sua efficacia discorsiva: il sesso non importa tanto come realtà ontologica, ma funziona piuttosto come un insieme di pratiche discorsive che producono effetti materiali.
L’obiettivo non è confutare il sesso come fatto naturale, ma interrogare il modo in cui esso continua a operare come meccanismo di soggettivazione e, dunque, di assoggettamento.
Benché il sesso biologico sia stato storicamente presentato come una realtà naturale, oggi è ampiamente riconosciuto altresì come una costruzione sociale. Le categorie socio-sessuali non riflettono confini biologici chiari, ma sono il prodotto di processi storici, politici ed economici che hanno plasmato il modo in cui le differenze corporee sono percepite, interpretate e sfruttate. Il sesso, dunque, insiste al di là della sua entità naturale come sistema di classificazione imposto dalle società per organizzare i rapporti di potere.
Le differenze corporee sono state usate per giustificare gerarchie sociali, discriminazioni e oppressioni, soprattutto nel contesto del patriarcato, delle legislazioni sul controllo del corpo femminile e delle politiche sessiste. In epoche e luoghi diversi, le categorie sessuali si sono spostate per accomodare interessi dominanti, dimostrando la loro natura arbitraria e storicamente contingente. In tal senso si è mostrato che il sesso va inteso qui come concetto performativo: esso non descrive una realtà oggettiva, ma ne crea una che sostiene le disuguaglianze attraverso pratiche istituzionali, discorsi culturali e politiche discriminatorie. Comprendere il sesso come costruzione sociale significa allora riconoscere che la misoginia non si fonda su differenze naturali, ma su strutture di potere che producono e riproducono disparità.
La performatività non indica una finzione, ma un meccanismo reiterativo attraverso cui le identità sono prodotte e rese intelligibili.
Per questo le categorie socio-sessuali non sono meramente descrittive, ma sono piuttosto un dispositivi che, nell’atto stesso del nominare, costituiscono il soggetto e lo inscrivono in un regime di intelligibilità normativa.
Tuttavia – e questo è ciò che più ci importa – se il sesso è una costruzione discorsiva, esso può essere decostruito attraverso strategie contro-discorsive.

➍ Di cani che ti montano la gamba
Lo spettacolo incel è pieno di paradossi fatati: da una parte sventolano l’insegna del macho superiore, dall’altra si considerano eterni sconfitti. In queste comunità convivono narrativa di auto-vittimizzazione e disumanizzazione delle donne. Da questa doppia fede nascono le contraddizioni più evidenti: si proclamano superuomini ma si lamentano in continuazione di essere esclusi; esaltano la loro rabbia reazionaria e passano il tempo a commentare ossessivamente cosa fanno le donne, cercando disperatamente consenso; parlano di biologia per giustificare dinamiche oppressive, ma per sentirsi virili non esitano a ingoiare integratori chimici o sottoporsi a iniezioni mediche.
Insomma, queste dinamiche brillano di contraddizioni: da una parte denunciano i complotti femministi contro il maschio, dall’altra postano selfie di muscoli in cerca di apprezzamenti femminili; rifiutano la responsabilità personale ma invocano una giustizia divina di rivincita.
Il risultato è un mix atroce: da una parte c’è il machismo becero a tutto tondo, dall’altra c’è una costante lamentela vittimistica. Sicché la satira si impone volenti o nolenti, perché queste posizioni esasperate finiscono col mostrare la totale inconsistenza logica di quella che dovrebbe essere la loro supremazia naturale.
E tuttavia il format di questi prestigiatori muscolosi e pacchiani è collaudato: racconto personale, vittimismo performativo e infine chiamata all’azione consumistica. Mostro la mia insicurezza risentita, la trasformo in vittimismo culturale – «l’Universo mi toglie la mia mascolinità!» – e poi vendo la cura (un corso, una routine, un brand di abbigliamento, una visione d’insieme che giustifica ogni tic). È propaganda che si autogiustifica: più attacchi ricevo da chi «puzza di estrogeni»3, più la mia audience cresce – perché la sensazione di persecuzione è il lievito di questa comunità online.
A dirla tutta, in realtà, questi individui sembrano manichini in giacca slim fit, dildo parlanti, pezzi di legno microfonati che ripetono pensieri che non hanno mai pensato. Insomma: un branco di Power Ranger della frustrazione sessuale. La loro performance è quella di robot tirannici che, in accordo con l’Idea di Maschio, non provano empatia – non provano niente. Predicatori da palestra o sfere magiche della panca piana che confondono il volume o la velocità della voce con l’autorità del pensiero e ripropongono luoghi comuni misogini presentandoli come contenuti rivelatori, profetici. Una caricatura della razionalità che legittima con la patina della scienza vecchi soprusi – nemmeno riescono a inventarsi nuovi modi per rompere i coglioni.
Sotto la corazza della logica, c’è sempre la stessa energia animale: sono cani in calore che ti scopano la gamba mentre ti abbaiano le loro derive pseudoscientifiche. Castrateli, per l’amor di Dio.
Si autoproclamano guerrieri dell’ideologia, quando in realtà sono i nuovi teologi del patriarcato, e i loro testi sacri sono thread di 4chan e citazioni fuori contesto da Darwin. Non fanno divulgazione, ma proselitismo. Costruiscono un culto della mascolinità tossica travestito da pensiero critico.
La biologia non mente, ma loro mentono alla biologia ogni volta che si guardano nello schermo e si chiamano alpha.
Tutto il loro sforzo è un’unica ossessione: difendere a morsi e latrati un privilegio in decomposizione. Sono il sintomo di un mondo che ha paura del desiderio, della differenza, dell’esposizione. E allora lo sostituisce con una fasulla matematica dell’odio, con una spiritualità che giustifica ogni oppressione.

➎ Accelerare il patriarcato
Quello che ci resta, come ascoltatori involontari, è lo spettacolo grottesco di un branco di uomini che, terrorizzati dall’erosione dei propri privilegi, si rifugiano in una voce metallica e nel culto stregato della loro logica ormonale. Ma al contrario di quanto proclamano Duper, Raponi e compagnia, i podcast non sono corsi accelerati di genetica o endocrinologia: sono soprattutto spettacoli di autocelebrazione e rancore per fare hype.
Il nostro compito non è dialogarci quanto svuotarne il linguaggio di ogni effettività. Lasciarli marcire nell’asfissia algoritmica, intrappolati nelle loro stesse cuffie; castrare il loro verbo, ma anche deviarne i significati.
Qui entra in scena la nostra intuizione teorica: e se la stessa estetica iperbolica e incontenibile del maschilismo lo stesse portando alla catastrofe interna? È questa dinamica incongruente che vorremmo chiamare accellerazionismo patriarcale: quella per cui il patriarcato si mette in scena così furiosamente da mostrarsi per quello che è: un falso trono con gambe di cartone.
Sistema in crisi ieri e oggi, il patriarcato perde terreno su più fronti. E cosa fa la maggior parte delle sue legioni? Mette in scena la sua versione estrema. Il risultato è che il patriarcato si autoesibisce in forme così grottesche che la sua inconsistenza diventa evidente anche ai più distratti.
È questa la perfida e magnifica logica dell’accellerazionismo patriarcale: questi maschi alpha fanno tacere i dubbi e amplificano l’estremismo interno al patriarcato proprio come gli accelerazionisti classici suggeriscono di fare col capitalismo: spingere tutto al parossismo per farlo crollare sulle sue stesse contraddizioni. Questi podcast sono dapprincipio pod-castrati. Esasperando l’insicurezza maschile e ridicolizzando la resistenza femminista portano il patriarcato alle sue conseguenze estreme, rendendo evidente quanto le loro stesse premesse siano insostenibili. Al contrario di un ingenuo «ritorno alla natura», questa parodia reazionaria accelera la decadenza del sistema: catapulta messaggi di odio e stereotipi in un circuito autoalimentante, intossicando il dibattito e spingendo il maschilismo al limite delle proprie incoerenze.
Concepiamo l’implosione come possibilità politica.
Chiaramente, l’accelerazione non è automaticamente emancipazione. Spingere all’estremo una logica può condurre all’esplosione o all’implosione. Nel caso del patriarcato spettacolare, l’alternativa reale è che la sua iperperformatività lo renda inadatto a una società che pretende complessità: il mondo ci richiede capacità di negoziazione, esposizione all’alterità, reti di cura – tutte cose che l’alpha di cartone non può praticare. Così la sua furia retorica gli ritorna come boomerang: la sua fragilità maschile diventa oggetto di satira, discredito e rifiuto politico.
Questo non significa che bisogni, tensioni e paure maschili spariscano, ma piuttosto che il modello di risposta – urlare sul microfono e alle modelle di OnlyFans, o direttamente alzare le mani – è una strategia che ossifica i problemi e anzi ne pone di nuovi.
L’esito più plausibile non è la restaurazione ma la delegittimazione: il patriarcato che si mostra in tutte le sue buffe, ataviche contraddizioni perde credibilità, e con essa la capacità di governare i sensi comuni.
L’alpha da tastiera è un fantoccio di sé stesso. Come tutti gli attori, dipende dal pubblico. Se il pubblico non applaude più, i sipari si chiudono. L’ultima spinta di questo moto d’accelerazione – quella che pretende di sfasciare tutto e tutti soltanto per dimostrare la sua forza – può così rivelarsi la sua migliore forma di autodistruzione: un eremo di maschere che si svuota quando la platea cita l’assenteismo dell’autorità.
Alla fine, tutta questa retorica esoterica sembra più un canto funebre del patriarcato che un’armata invincibile. Schiacciata nella sua stessa ottusità, la ciarlatana supremazia maschile s’inciampa nei suoi piedi, nelle sue truffe, e i predicatori redpillati finiscono per sputare sul piatto della propria furia.
«Il maschio è in estinzione e nessuno osa dirlo.»4
La verità non sta nelle vene gonfie né nei cromosomi, ma nella capacità di guardare oltre il palcoscenico. E se il palcoscenico è occupato da podcaster che spacchettano pornografia del potere e la vendono in abbonamento, allora possiamo semplicemente scrollare via. Ma meglio sarebbe rispondere con ironia, fatti e immaginazione politica. Se il patriarcato si limita a urlare, noi possiamo ridere e pensare – «voi parlerete e noi faremo.» Qualcosa che, a quanto pare, gli fa più male di un milione di addominali posticci.

Petar Duper
Flavio Rapone
Peter Duper