Frammenti sparsi per un elogio della fuga

«Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama “Desiderio”.»
— H. Laborit, Elogio della fuga

✸ Ci hanno insegnato a parlare per farci tacere. Ma ogni parola che pronunciamo scivola fuori uso, fuori senso, fuori scena. È lingua mutante, gergo da fuggiaschi.
✸ Vi abbiamo ghostatз. D’altronde dovevate aspettarvelo. Perché? Risposta breve: perché non siamo nepo-babies. A differenza di tuttз lз artistз che vi ascoltate e le produzioni culturali super underground che consumate. S’imborghesirà pure Substack. Lo è già. Proprio ora potete andare a leggere la newsletter di Charli XCX o Selvaggia Lucarelli, se proprio vi va. Comunque appendiamo ma ritorniamo sempre, come lз vostrз ex che vi mettono like alle storie. Che fine abbiamo fatto? Una fine orribile, potremmo rispondere. Tuttavia è come sempre una non-fine: siamo qui, solo più stanchз e incazzatз. Non abbiamo smesso di pensare: abbiamo solo smesso di performarlo. Tra le altre cose abbiamo pensato che, per riemergere dalle nostre profondità (o riatterrare dalle nostre altitudini…) potevamo scrivere proprio un pezzo su questo – sul fatto che siamo sparitз. Riteniamo che in generale sia qualcosa che piace. Tuttз aspiriamo a sparire.
✸ Cosa stavamo facendo? Working-classando… Cercando di sopravvivere… Trovando nuovi modi per non essere costantemente piegatз, a pecora (o per lo meno non senza il nostro consenso), inculatз dal Management Totale. Che «non si scappa alla macchina» è vero. Ma il senso è piuttosto che non si è mai del tutto scappatз. Si è piuttosto perennemente in fuga. In cerca di vie d’uscita che a volte si fanno trovare e a volte no. Che sono cose per nulla astratte ma, anzi, estremamente fisiologiche, come spiega bene Laborit in Elogio della fuga. Il corpo è una zona d’insorgenza.
✸ Sopravvivere… A qual pro? Non lo sappiamo. «L’unica ragione d’essere di un essere è essere. In altre parole, mantenere la propria struttura organica. Deve restare in vita. Altrimenti non c’è alcun essere.» Cioè sappiamo che a conti fatti nessuna parola spiega la vita, che è per definizione imcompiuta, sempre in divenire. Infatti la compiutezza appartiene propriamente soltanto alla morte. «sente improvvisamente sulla nuca il vento gelido del mondo e comincia a respirare solo, completamente solo, per se stesso, fino alla morte. Beato colui che è soccorso a volte dal bocca a bocca. Narciso, sai chi è?»

✸ Il desiderio è sempre attraversato, segnato, riscritto. O geneticamente ereditato. Non si esprime mai fuori dal campo di battaglia del potere e del senso. Ogni volta che ti pensi desiderare liberamente stai anche anche recependo un nuovo comando, una nuova mappa che ti dice dove, come e perché volere. Il problema non sono le “relazioni di potere” o Il Potere con la P maiuscola, ma le stagnazioni, le prigioni, che bloccano i passaggi e limitano i movimenti, o anche li riducono a una dialettica incessante. La re-inscrizione del desiderio è la sua prigione: un’eco che ti fa credere di scegliere mentre ripeti solo le sue forme. La vera domanda è quindi sempre una: come fare i conti con questo presente?
✸ Dove siamo, davvero? in quale stato di esistenza politica e affettiva ci troviamo? La vita come fattore meramente biologico controllabile è la materia prima su cui il potere costruisce la sua base. In che modi possiamo contraddire – cotra/dire, con-tradire – queste istanze? Qual è la balistica di questi contro-discorsi?
✸ Dire che qualcosa organizza rapporti di forza non vuol dire ergersi a moralisti contro un Potere monolitico. Significa riconoscere che in ogni configurazione c’è una fessura in cui una risposta diversa può prendere forma. È un’indicazione pratica: «qui si può agire.» Il potere non è un’entità astratta, ma un insieme di procedure che modellano le capacità d’agire o le potenze dei corpi. Questa trama si scontra allora con la spinta vitale dei corpi a cambiare, creare, ridisegnarsi. Sicché le tensioni sono inevitabili. Il problema nasce quando una configurazione si solidifica, diventa un muro che chiude le variazioni. Ma dove il potere insiste, salgono sempre contrattacchi che liberano le potenze dalla sua presa.
✸ Dove siamo? Non vogliamo rispondere ma abitare la domanda stessa. Siamo in zone di indistinzione: né totalmente fuori, né completamente dentro. Non un territorio dato ma un potenziale. Bisogna divenire fantasmi per passare attraverso le cose, per sostare in un altrove che è già qui. E quindi smarginare dai confini imposti. «Il pensiero non consiste nel realizzare il possibile, […] ma nel rendere possibile il reale, nel trovare una via di uscita dall’ineluttabilità dei fatti che l’ideologia dominante cerca di imporre in ogni ambito.»
✸ Alcune cose né “ci sono né “non ci sono” – piuttosto ci-non-sono, come scrive Furio Jesi, estraneo alle istituzioni culturali fin dalla prima gioventù; e sono proprio quelle a cui dobbiamo testimoniare. Sono le mitologie che sostengono il reale discorsivamente, che lo reiterano. Ma ci sono anche quelle che sono contro-tempo, che lottano contro «la cieca forza del reale». Non sono illusorie: esistono in un’altra dimensione non tacciabile dal registro del potere, che ne elude le conseguenze, dato che ogni potere che si riporta alle sue origini mitiche violente si auto-annienta, sfancula la sua (presunta) credibilità.
✸ Ecco che questa dimensione altra non è valutabile con la contabilità giuridica. Non è un angolo polveroso dell’immaginario; è, piuttosto, un’esigenza presente, un’urgenza che abita il nostro agire quotidiano. L’urgenza che ci segna in quanto intelligenze naturali e che le intelligenze artificiali non potranno mai replicare – che non è altro che l’orologio biologico, il degradarsi delle nostre cellule. D’altro canto ha a che fare sempre a livello biologico con un conatus, una spinta a tenersi in vita. Ridurre la dinamica alla fight or flight è, proprio nello stesso atto di porsi come un binarismo, un atto disonesto. Infedele non solo a un livello fenomenologico, esperienziale, ma anche a livello medico. È interessante come il termine “medicina”, che viene dal latino medicus, mantenga, tra i suoi concetti fondamentali, il termine greco pharmakon, che indica allo stesso tempo «farmaco» e «veleno». Infatti non è questo o quello, ma combattere e scappare, in una sola volta. E tutt’altro. E… e… e…
✸ La strategia dissolutiva del fuggire implica sempre il fuggire verso questo altrove che non scende a patti col mondo così com’è. Ma si è sempre a metà tra questo e quello, traversando lo spazio dell’in-vivibile. Siamo nel ci-non-è come testimoni capaci di rompere la menzogna brutale dei fatti costruiti per imprigionarci. Dentro questa mappa incrinata si apre uno spazio dove il desiderio può farsi altro, non più copia ma creazione. Cioè riaprirsi al possibile. Tutto il resto è noia e finanza.

✸ Questa rivista è nata d’estate. D’estate siamo tutti immortali, come i giovani che fumano. Il sole e la salsedine, sopratutto per chi vive in una metropoli del nord piena di smog e fabbriche di merda, sono qualcosa di estremamente sano. Poi, dopo settembre, se per alcuni si tratta di nuovi inizi, a noi sembra sempre di nuovo tutto impossibile – e perciò più interessante. Perché si tratta di una lotta contro il tempo o, in un certo senso, per il tempo. Il tempo di cui siamo saccheggiatз dal lavoro, che di base – al contrario di chi sostiene che sia il motore della vita – è il regno della morte, cioè di ciò che nega la vita. Per ritornare sui nostri parallelismi medici potremmo pensare alla paralisi o all’inibizione che sfocia in un malattie psicosomatiche. Ma letteralmente basta pensare ai cadaveri. Infatti, ci scuseranno i marxisti, ma piuttosto che di alienazione oggi è più interessante parlare di zombieficazione.
✸ Il titolo di un pezzo a cui stiamo lavorando: La queer theory non ci salverà. Ci interessa la queerness per lo più come esperienza del pericolo. «Vivere significa essere in pericolo.» Si fottano le serate più o meno legali da 20 euro – che sono quelli per entrare, perché poi ne devi spendere circa altri 40 per essere malapena brillo e sopportare le Cose Sociali e il raggeaton. Si fottano gli shooting, la moda, le grafiche. Il problema non è tanto la sovra-saturazione di informazioni semiotiche ma la semiotica stessa. O le maniere in cui si fanno progetti che sono pura economia. Anche nei luoghi sociali al lato sinistro del ferro di cavallo, le comunità terribili.
✸ La verità è che per noi l’intersezionalità è qualcosa di scontato ed estremamente vissuto. Estremamente concreto e per nulla ideologico o intellettualistico. Con venti euro ci andiamo avanti una settimana, e non ce ne sbatte del pride finanziato da loghi genocidari; né del matrimonio «legale», cioè statale, cioè guerrafondaio – non si dice mai Stato Nazione senz’anche dire anche “guerra” o “colonia”, ecc. Così come non ce ne frega nulla dei ricchi dello IED anche se c’hanno i neo-pronomi né dei Letterati anche se fanno drag. Gli universitari ormai parlano solo di riassunti di Studocu per passare esami pallosi, o fanno quelle assemblee autolesionistiche dove parlano sempre i tre capelloni del Kollettivo. Oppure semplicemente vivono a Milano.
✸ Ma, voi lo sapete, piuttosto che farci diagnosticare da qualche figlio di papà e farci imbottire di paroxetina preferiremo sempre rispondere: «non siamo depressi, siamo in sciopero.» È solo un altro modo per ritrarsi un po’ da questo mondo. Ne abbiamo già accennato in Questa non è una diagnosi, ma non se ne parla mai abbastanza. Sopratutto al giorno d’oggi con gli influ-terapeuti che vi ripetono su tiktok: “se fai questo sei quest’altro, se ti è successo questo allora sei così…”. Ma la domanda che ti fa la psicoindustria è sempre la stessa: “chi e/o cosa stai disturbando? come si può incanalare il tuo mal-essere nel triangolo edipico che ordina e richiama all’obbedienza?” Non è rilevante cosa attraversi, ma come farti rientrare nella narrazione sociale che permette di anestetizzarti. Con “disturbatз” si intende soprattutto dire disturbantз, cioè coloro che disturbano il dispositivo totalizzante dei significati che deve s-piegarti per darti il permesso di esistere. Sicché la nostra sintomatologia è sempre segnale irriducibile di uno spazio che ci è ostile. Che ci dà il mal di testa e ci atrofizza. O peggio.

✸ Vogliamo essere leggibili solo da chi si è lasciata affettare in maniere materialmente potenzianti, inclini al crollo non come fallimento ma come strategia, o alla disfunzione come apertura, o al disadattamento come forma di conoscenza, o alla sofferenza come atto etico prima che psichiatrico.
✸ La queer theory è certamente nel discorso. Troppo potere diffuso e nessun potere concreto. Troppa grammatica e poco sudore. Troppa soggettività che si contempla allo specchio del linguaggio. Ma il problema è che ci hanno chiestо di scegliere un lato: o sedersi al tavolo dei materialisti che vogliono ridurci a organi e rapporti di produzione, o ballare sul palco idealista dove tutto è performance e nessun corpo pesa davvero. Gli hegeliani vi spiegherebbero la sintesi. Noi ghostiamo entrambi.
✸ Scrivere dovrebbe essere una forma di resistenza, ma se la vita ti sfianca ogni giorno, l’unica resistenza è disertare. «la libertà si inscrive nello spazio della potenza, e non viceversa […] Etica dunque è la coscienza dell’agire, ma l’agire non è libero in senso assoluto: la sua libertà è limitata dalle condizioni in cui la scelta si compie.» Pensiamo al resistere anche nei termini (più o meno biochimici) del persistere, a restare in piedi ancora un po’, a tirare avanti un’altro giorno. A rubare spazio. Non pubblicare è ad esempio una dichiarata indisponibilità al ritmo dell’industria culturale. O a quell’idea di istruzione che trasmettono i giornalacci quando vi dicono che qualcuno ha pigliato la laurea magistrale in 2 anni: il fast food dell’istruzione.
✸ Che poi l’editoria vuole farsela con noi. Ci vuole porose ma non troppo, ribelli ma non ingestibili, queer solo nella misura in cui fa vendere tote bag e produce engagement. L’editoria che sa di amichettismo e narcisismo da premi letterari di festival penosi ci vuole come folclore da scaffale: piccoli traumi che vendono, esibiti in quarta di copertina, patinati, pronti per il book club eteroflessibile. L’editoria ci dice che vuole la nostra voce ma in realtà vuole la nostra resa. Vuole romanzi pietisti in cui il trauma è la moneta, la sfiga è il capitale narrativo, e il margine è un palcoscenico da cui si declama a bassa voce.
✸ Il nostro non scrivere è la testimonianza che non siamo riusciti a trasformare tutto in contenuto, e perciò è la nostra unica vittoria. Sparire per eccesso di presenza – l’assenza è la più alta forma di presenza, diceva Joyce –, rer riascquisire forme altre di presenza, nei buchi che riusciamo a scavarci qua e là. Perché a volte tacere è il modo più onesto per dire. Non offriamo redenzione a nessuno e l’evasione è il nostro editing. «Non capisci? / non puoi capire / perché / non c’hai lo stile.»

✸ «non è giusto fare questa vita di merda dicevano gli operai nell’assemblea nei capannelli alle porte. tutta la roba tutta la ricchezza che produciamo è nostra. ora basta. non ne possiamo più di essere della roba della merce venduta anche noi. noi vogliamo tutto. tutta la ricchezza tutto il potere e niente lavoro. cosa c’entriamo noi col lavoro. cominciavamo a avercela su a volere lottare non perché il lavoro non perché il padrone è cattivo ma perché esiste». — N. Baestrini, Vogliamo tutto
✸ Vogliamo tutto e soprattutto ciò che è ora come ora inimmaginabile. Che comincia sempre con una fuga. Sia anche una fuga di gas. Comunque non la fuga solitaria dell’eroe, ma quella molecolare delle formiche. Si è in molti anche quando si sparisce. «Non incontrarsi è impossibile; i destini hanno il loro clinamen. Anche sulla soglia della morte, nell’assenza a noi stessi, gli altri non smettono di urtarci sul terreno liminare della fuga.»
✸ Non solo non rispondere alle domande, ma rendere la stessa forma in cui la domanda è posta insostenibile, guastare il linguaggio con cui veniamo catturati. Ovviamente guardarsi attorno, farsi un segno, raccogliere ciò che fa comodo.
✸ In soldoni, che l’economia (la struttura) influenzi la produzione culturale (la sovrastruttura) è palese. Ora sappiamo che anche il contrario è possibile. E lo è sempre mediante la de-creazione di ciò che è imposto mediante l’incarnazione qui ed ora di nuove forme di vita, non sempre da rimandare a dopo la rivoluzione (chissà quando arriva). In tal senso bisogna farsi venire le occhiaie a costo di scrivere. Farlo di notte, sul tram. Perché dobbiamo riprendere vantaggio.

