Pensati sans-papiers

Da Ghostare tuo padre #4

«Allo straniero non si chiede da dove viene, ma dove sta andando.»
— E. Jabesse

✸ È un fatto risaputo che gli esseri umani si sono spostati da sempre – sono le leggi e le politiche focalizzate sugli stati nazionali a definire questi spostamenti come «migrazione». Perciò il problema principale qui è la seria difficoltà di pensare la mobilità in termini diversi dalla migrazione e dai confini dello stato sovrano, al di fuori delle categorie di «cittadino» e «migrante (ir)regolare».


L’abbandono della razza come concetto scientifico non ne implica la dissoluzione come concetto politico, come campo di forza, ma piuttosto la sua reinscrizione all’interno di dinamiche differenziali che ne moltiplicano i vettori e gli effetti. Il capitalismo cognitivo ha riterritorializzato la razza dentro un’economia algoritmica che ne perpetua l’efficacia: oggi, il razzismo non si fonda più sulla craniometria, ma su algoritmi di profilazione, statistiche della devianza, flussi di dati che distribuiscono il valore della vita. La razza non scompare, anzi si trasforma e reinscrive in nuovi apparati di governo.


✸ Se la decostruzione della razza come entità biologica non ne dissolve la violenza è perché, nell’evoluzione delle pratiche discorsive, la razza non si presenta come un dato, ma come un’operazione biopolitica attraverso cui il potere produce e governa il vivente. Per questo non è una semplice categoria descrittiva, ma un dispositivo che, nell’atto stesso di nominare, costituisce il soggetto e lo incardina in un regime di intelligibilità normativa. È un differenziale di potere che, nella sua articolazione, distribuisce accessi e possibilità.


✸ Applicare categorie significa marcare i corpi, renderli leggibili, separabili, gestibili. È una tecnologia del potere: per essere governati, bisogna prima essere resi rappresentabili, e per esserlo, bisogna essere ridotti a, soggettivati. La soggettivazione va compresa come un atto di assoggettamento: il concetto di soggettività, in rapporto al capitalismo, funziona come un meccanismo di auto-sorveglianza attraverso cui gli individui interiorizzano aspettative e ansie identitarie, mettendo costantemente in scena ruoli prescritti. Dopodiché, la soggettività capitalista opera tramite un feticismo delle identità che, come merci, vengono consumate e rafforzate all’interno della circolazione del capitale.


✸ «La governamentalità non è solo, negativamente, “oppressione” o “repressione”: essa, positivamente, organizza la libertà e produce spazi d’azione regolati da minacce. La stessa “sicurezzanon è un qualche “valore”, ma la modalità in cui si produce l’ordine. Nel governo dei flussi migratori tutto questo si fa evidente perché lo spostamento viene rappresentato come “rischio”, e il migrante come anomalia da gestire. Si nomina per classificare, e si classifica per intervenire. “Regolare” e “irregolare”, “desiderabile” e “indesiderato”… – tutte polarizzazioni morali che legittimano l’intervento. Grazie e esso, le istituzioni – che hanno preventivamente prodotto l’irregolarità e incastratovi i corpi – si travestono ora da piani di sviluppo, da operatori del rischio. Ma ciò che realmente amministrano è una gerarchia delle vite legittimata retroattivamente.

✸ Di ogni dispositivo non si tratta mai solo di misurarne una funzionalità, ma di coglierne l’operazione ontologica – vale a dire la produzione di soggettività. Il modulo per il permesso di soggiorno non serve solo a regolare l’accesso, ma a produrre un “clandestino”. Eppure, questa operazione di produzione del soggetto avviene sotto traccia: il dispositivo si cancella dietro l’ovvietà del suo uso quotidiano, dietro la continuità del suo funzionamento, fino a farsi impercettibile, parte dell’ordine naturale delle cose.


✸ L’apparato che presumibilmente “accoglie” il migrante lo accoglie solamente in quanto migrante, in quanto figura prodotta da una rete di enunciazioni e procedure. Non si attraversa mai un confine quanto si viene attraversati da esso e, in ciò, prodotti dal dispositivo qualificante. Intendiamo quindi il dispositivo come una modalità di produzione secondo predicazione – dice: “questo è un migrante, ed è in quanto tale che può essere respinto, detenuto, trattato in tal o tal’altro modo”. E lo fa secondo la sua logica binaria, definendo in negativo: il migrante è ciò che non è cittadino, ciò che non è “noi”. Lo fa secondo la coppia asimmetrica di maggiore-minore: il cittadino, come figura maggiore, è l’innominabile poiché rappresentante della norma che si risolve nella neutralità dell’ovvio; il migrante è, invece, il minore che mette in crisi quella norma e che tuttavia gli serve per affermarsi. Ma appunto il dispositivo non si limita a registrare la differenza: la produce, aggrega ciò che rientra nella norma come massa indistinta lasciando emergere come separato ciò che ne devia. Sicché, in breve, questo minore è costruito: non esiste come identità in sé, ma come risultato di una macchina semiotico-giuridica che lo incardina nelle sue pretese.


✸ In tal senso tutto concorre a far sì che la figura del migrante permanga in quanto figura. Persino la pietà umanitaria e la retorica dell’accoglienza contribuiscono a questa disposizione, poiché il loro riconoscimento rimane chiuso all’interno di un quadro già definito, in cui l’alterità è tollerabile e fotogenica. Nella quotidianità il dispositivo si fa abitudine: le code davanti alla questura, i CIE che “diventano” CPR, i barconi che approdano e scompaiono nel linguaggio della cronaca, i dieci titoli diversi che vi dicono che l’ICE ha di nuovo sparato a qualcuno. Cos’è tutto questo se non un regime di verità? Il migrante è ora colui che appare nelle statistiche, nei telegiornali, nei discorsi (più o meno) politici solo per produrne l’assenza, che ora si chiama “distanza”, ora “differenza culturale”, ora “stereotipo”…

«Se la violenza è compiuta su coloro che sono irreali, allora, dalla prospettiva della violenza, essa fallisce di ledere o negare quelle vite siccome quelle vite sono già negate. […] la derealizzazione dell’Altro significa che non è né vivo né morto, ma interminabilmente spettrale.»
— J. Butler

✸ Anche nelle più innocenti conversazioni borghesi ogni menzione del “problema immigrazione” attiva il gioco di ruolo: il buonista, il securitario, l’europeista, il cinico… – si gridano e si lanciano cose senza mai sottrarsi alla macchina. Il loro stesso disaccordo ne fa parte. «L’enfers c’est les autres!» La figura migrante dà consistenza a queste maschere: «noi siamo la civiltà / l’Occidente / quelli che accolgono / la Democrazia» . Dunque il dispositivo non si limita a produrre un’immagine del migrante, ma ne fa un luogo su cui far agire un intero ordine simbolico del potere. Una soglia, una figura di passaggio che non passa mai, che viene tenuta in un eterno “divenire tale”. Il che è molto interessante. L’impossibilità a divenire pienamente solo un altro Cittadino™ fissa in una posizione sospesa: il migrante è ciò che non smette di migrare, anche quando è fermo. Incompletezza ontologica indotta, soggettività prodotta come carente. E tuttavia è qui che intravediamo la sua potenzialità in senso proprio.


✸ In questa struttura ogni opposizione politica si fa scenica. Il dibattito tra chi “apre” e chi “chiude” i porti, tra chi “accoglie” e chi “respinge”, è parte del medesimo dispositivo. Si costruisce una scena del mondo in cui esistono solo due direzioni. Cioè la solita commedia della scelta tra questo o quello, tra il “per” e il “contro” – mentre la macchina resta intatta.


✸ La ormai confermata invenzione della razza è intrecciata con la costruzione dell’alterità come principio fondativo dell’identità occidentale. La possibilità stessa di affermare un’identità (dominante) non risiede tanto nell’enunciazione positiva delle varie caratteristiche individuate da una descrizione (o prescrizione): si realizza, piuttosto, negativamente – dicendo: “noi non siamo loro”, “noi non siamo questo o quello”, e così via. Si tratta, in sostanza, di una non-affermazione, di un’affermazione che non afferma altro se non un’assenza. Di nuovo, questo non rappresenta di per sé il problema, ma piuttosto una possibilità che, se liberata, potrebbe aprire, come vedremo, a nuove concezioni dei soggetti. Tuttavia la funzione che questi atti linguistici assolvono qui è unicamente quella di svalutare l’altro, riducendolo a qualcosa con cui ci si rifiuta assolutamente di rapportarsi – è questo ad essere problematico.


Ovviamente queste istanze partecipano alla riproduzione di altre forze istituzionalizzate di dominio che le precedono. Tipo il mercato neoliberale. Lo stesso Global Compact for Migration (GCM) afferma che la migrazione debba essere governata in modi «che riflettano realtà demografiche e di mercato lavorativo» e «in accordo con priorità nazionali, domande del mercato del lavoro nazionale, e competenze offerte.» L’obiettivo presentato dal GCM in relazione alla migrazione non è tanto di fermarla, ma di gestirla sulla base di chi risulta più utile e scenografico.


✸ Sappiamo, peraltro, che c’è tutto un business delle reclusioni e dei rimpatri. Nei CPR si annida un fiorente mercato della reclusione. Soggetti privati, spesso entità tentacolari che spaziano ben oltre i confini nazionali, e cooperative che sussumono forza lavoro precaria sotto un’aura di socialità, si contendono le briciole dell’appalto pubblico. Ogni corpo recluso diviene una unità di profitto, un cespite che genera flusso di denaro fintanto che è intrappolato tra le mura. La logica intrinseca a questo sistema non mira alla rapida risoluzione delle “pratiche” ma al prolungamento indefinito della detenzione, alimentando così un ciclo vizioso di finanziamenti statali che gonfiano le casse dei gestori. I CPR divengono, in quanto serbatoi di corpi espellibili, una riserva da cui attingere per riempire i voli charter e le complesse e remunerative operazioni di reclusione-allontanamento. Con una doppia conquista di questa Economia™ che prospera, la vulnerabilità diventa merce e la libertà negata, profitto. Più semplicemente, si pensi a come, negli Stati Uniti, arruolarsi nell’ICE comporta estinguere del tutto i propri debiti scolastici. Gli U.S.A. sono la patria del Debito. Siete indebitat3 in buona sostanza con la vita tutta. E la vostra colpa è che siete nat3. Ognuno a suo modo ne paga le conseguenze.

Le tendenza che i lager-CPR o i nazisti dell’ICE permettono di osservare limpidamente è quella quella di uno spostamento progressivo delle politiche migratorie: dalla dimensione giuridica, centrata sulle aule dei tribunali, a una gestione diretta e controversa dei corpi stessi. Perciò è stato osservato come il biopotere operi in modi che «permettono alle crisi politiche di essere assegnate come condizioni di specifici corpi.» I corpi razzializzati sono costruiti come corpi non abbastanza degni d’esserci. Come ha detto Foucault, in un regime di biopotere «la vita diventa un luogo di amministrazione, disciplina, e ricalibrazione di ciò che costituisce [la] salute» della sua popolazione e, di conseguenza, «chiunque minacci presumibilmente il sistema sanitario deve essere eliminato.» E «la governamentalità che assicura l’eliminazione e giustifica grandi omicidi» è precisamente il razzismo, in quanto «rende possibile stabilire una relazione tra la mia vita e la morte dell’altro che non sia una relazione di confronto militare o bellica, ma una relazione di tipo biologico


✸ Siccome nel biopotere – nella riduzione a nuda vita, pura esistenza biomedica sacrificabile – la salute e la purezza sono scopi universalizzati e l’altro razzializzato è identificato come una minaccia a quelli, egli deve morire, e la sua morte è legittimata con meccanismi di deumanizzazione. Cos’è il razzismo se non, da una parte, ciò che fonda la scissione tra chi deve vivere e chi deve morire e, dall’altra, «il prerequisito che rende accettabile uccidere»? Questo va oltre l’atto stesso dell’omicidio, include diverse forme di “omicidio indiretto” (l’esposizione di a condizioni pericolose che ne aumentano la probabilità di morte, l’imposizione di una morte sociale o politica attraverso l’esclusione da determinati diritti, o più semplicemente, a questo punto, la violenza poliziesca…)


È una tendenza che si inscrive nella «generalizzazione senza precedenti del paradigma della sicurezza come tecnica normale di governo» che Agamben evidenzia nella politica contemporanea. La stessa «detenzione amministrativa dei migranti è una pratica che si è consolidata durante la prima guerra mondiale quale misura eccezionale per gestire masse di cittadini stranieri indesiderati; la sua diffusione e normalizzazione in tempo di pace sono fenomeni squisitamente contemporanei.»


✸ Agamben ha identificato questa sorta di vuoto normativo che caratterizza la detenzione amministrativa dei migranti in attesa di espulsione come una delle forme attuali del “campo”. Spazio emergenziale fuori legge, cioè in cui la legge non vale e non protegge, e tuttavia decide totalmente sulla vita – perché è lo spazio di possibilità della legge stessa, vale a dire il punto in cui essa è nata oppure, che è uguale, decade. Ovvero: anarchia che precede l’arché (comando) della legge, da cui esso prende piede: per potersi dare deve auto-escludersi dall’ordine che impartisce, accettare la sua arbitrarietà violenta e legittimarsi retroattivamente con giustificazione storico-scientifiche (mostrandosi sempre come necessario: così doveva andare)…


✸ Il campo si allarga quando nello stato-nazione ha luogo «una massa stabilmente residente di non-cittadini» che, sebbene tollerabili come eccezione, «stanno diventando la norma» e, perciò, mettendo in crisi i «presupposti della modernità politica (la corrispondenza, cioè, tra “nascita” e “nazione).» Sicché non entrano bene nel diritto o nelle varie codificazioni. O comunque fastidiano lo status quo. Comunque a noi come ad altr3 «il paradigma del “campo” appare […] utile a osservare come il piano della resistenza che si offre praticabile da parte dei trattenuti si collochi lungo un asse obliquo rispetto alle coordinate dello stato di diritto che, ufficialmente, vorrebbero fargli da cornice.» Di fatto, l’aumento dei fenomeni che sfuggono al controllo segue una linea evolutiva che mina progressivamente il funzionamento essenziale dell’apparato di cattura: la resistenza, in questo contesto, non è organizzata «lungo il binario del diritto, bensì, per così dire, attorno ad esso, nel tentativo di piegarlo ai propri fini, facendone un uso irrimediabilmente creativo […] in una dinamica di quella che […] potremmo definire produzione illegale di legalità, in cui la soglia tra diritto e vita è adoperata, strategicamente, in tutta la sua transitività.» A tal punto il concetto di campo non elude o cancella l’agentività delle persone oppresse ma, piuttosto, rende noto «come sempre di più le strategie di resistenza che si offrono loro praticabili [le] obblighino a far ricorso a repertori extra-giuridici», esplorando «quegli stessi margini d’informalità che […] definiscono la precarietà della loro condizione.»

✸ Una domanda pragmatica potrebbe essere: in un panorama saturo di dispositivi di sorveglianza, permangono margini di interruzione? E come possiamo estenderli? Sebbene la nuda vita si trovi progressivamente spogliata di protezioni legali, il corpo, nella sua dimensione biologica, si trasforma in uno strumento «quasi-giuridico» nell’interazione con il potere. Nel senso che interviene sulla Gewalt (“violenza/potere”) e sulla relazioni etico-giuridiche. Al di là dei tentativi di annullare l’azione politica. Forme di resistenza altre emergono anche – e, forse, soprattutto – in quei contesti che precludono l’accesso al diritto, dimostrando una potenza d’opposizione che va oltre le tutele legali riconosciute dall’alto. Oltretutto, dal punto di vista egemonico il limite dei discorsi dominanti si rivela, banalmente, nella capacità degli individui di attribuire liberamente significato alle proprie esperienze. Questa creazione di narrazioni non ufficiali è sempre minacciosa per i sistemi di potere perché, data la sua diffusione capillare, aprono diversi spazi di negoziazione della realtà.


✸ Superare il razzismo istituzionale significa sottrarsi alle economie del riconoscimento, smantellare i dispositivi che fissano il corpo entro una griglia predeterminata di intelligibilità. La libertà non sta nell’assumere identità (mai) “autentiche”, ma nel destituire il soggetto-assoggettato e gli apparati che lo sostengono. E quindi risignificare il linguaggio, trasformare i processi di socializzazione, riconfigurare le forme di vita. I gruppi marginalizzati sanno fin troppo bene che non si tratta tanto di riforme o elezioni, ma di quella che è stata definita “resistenza quotidiana” e, soprattutto, della creazione, qui e ora, di nuove forme di socialità che portano in sé un criterio di giustizia non rinviato perpetuamente a un futuro che non sembra arrivare mai, nemmeno in nome di una “rivoluzione a venire”.


Cos’è un documento d’identità? Di nuovo chiediamoci come opera in quanto dispositivo. Non è solo uno strumento di controllo, ma anche una forma di relazione cognitiva che sostituisce la relazione etica con l’Altro. Ma la vera relazione con l’Altro non è mai un tentativo di ridurlo a conoscenza – a essenza, categoria, concetto. È piuttosto una relazione di responsabilità infinita e di apertura alla sua irrappresentabile specialità. Il documento, al contrario, è un tentativo di rendere l’Altro registrabile, classificabile – un volto che diventa numero, un nome che viene archiviato, un’esistenza trasformata in funzione amministrativa di poco conto. Se il documento d’identità è il marchio dell’inserimento in una macchina di catalogazione e controllo, allora è nella sua messa in crisi che dobbiamo ricercare delle via d’uscita da un presente che esclude sempre di più.


✸ Dato per assodato che il potere normativo si eserciti attraverso il linguaggio e il riconoscimento, si tratterà anche di situarsi fuori dal quadro dell’intelligibilità che decide se una vita è degna di essere vissuta e protetta. Perché alle retoriche, lo sappiamo, seguono i fatti, quasi sempre sanguinosi. E noi scaviamo una fossa per vivere tra una disgrazia e l’altra, abitando le interruzioni, i più o meno vani momenti di rottura. Ma è da questa zona d’ombra che emerge un’esserci non fisso, che si riarticola continuamente, rifiutando di essere posseduto da un nome, una categoria, o sprigionando energetiche fisiologiche prima represse. Oltretutto, aprendo problemi che ci obbligano a pensare, ad allargare quell’intervallo tra pensare e agire… Perché siamo tutt3 in pericolo. Si è sempre l3 prossim3. Non importa qualche siete bianc3.

«Tutti i popoli sono zingari e tutte le lingue gerghi.»
— G. Agamben

✸ Nell’epoca del controllo totale, cosa significa ritirarsi dal linguaggio dell’ordine identitaria, rifiutare tale cartografia del potere? Cosa vuol dire che affermiamo una negazione? Quando i razzisti si identificano utilizzano l’altro come termine negativo per dire “io non sono questo”. Destituire questo meccanismo non significa eliminarlo, ma espropriarlo e disattivarne il funzionamento per aprirlo a un nuovo uso, per restituirlo al suo possibile. In questo senso, il suo uso creativo consiste nell’affermarsi in quanto differenzianti, mai fermi, sempre in relazione e (de)composizione. “Affermiamo una negazione”, allora, come differenziazione: «non» questo e «non» quello, sempre altro. Rivendichiamo la differenza, e questa volta non per dividere, ma per creare nuovi incontri – più sinceri e gioiosi di qualsiasi legame imposto dall’alto. In un momento fugace, sempre a rischio di sfuggire – ma proprio questa è la sua virtù –, la relazione etica si riafferma contro quella teoretica: il volto dell’Altro sfugge alla cattura e risuona ancora nella sua irriducibile alterità.


È propriamente perché non siamo ma, piuttosto, diveniamo, che risultiamo fondamentalmente indocumentabili.

G.T.P. ha scelto l’autoproduzione per sottrarsi alle logiche dell’industria culturale. Puoi sostenerci acquistando le nostre autoproduzioni, facendo una donazione, oppure iscrivendoti alla newsletter:

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