Autofiction indagativa su sgomberi e zombieficazione

«Soltanto perché non sono solo c’è salvezza: posso salvarmi solo come uno fra tanti, come altro fra gli altri. Da solo – questa è la speciale verità della solitudine – non ho bisogno di salvezza, sono anzi propriamente insalvabile. La salvezza è la dimensione che si apre perché non sono solo, perché c’è pluralità e moltitudine.»
Intro
All’alba le città sono più sincere. Non hanno ancora acceso il rumore. Sto seduta su una panchina di marmo freddo in una piazza che ha il nome di un martire che oggi nessuno saprebbe citare senza consultare Wikipedia. Sono passati tre giorni da quando hanno sgomberato lo Spazio di via dei Transiti.
Nulla di epico da film di serie B. È stata un’operazione di una precisione chirurgica, quasi asettica. Le luci blu dei lampeggianti tagliavano la nebbia come bisturi. Ho visto i poliziotti entrare che non sembravano uomini, ma estensioni meccaniche della Volontà Statale.
Elementare, ho pensato mentre mi spingevano fuori.
Quando più di tre persone si trovano nello stesso luogo con uno scopo che non sia quello di farsi un selfie davanti a un avocado toast o timbrare un cartellino, il Governo va in paranoia. Fa stime di rischio.

I.
Il potere non è un oggetto che si tiene nel pugno, ma un gas nobile che si sprigiona quando le persone agiscono insieme, una fisica dei corpi vicini. Aggregarsi significa organizzare un altro uso del mondo.
L’opposizione frontale ai poteri costituiti è solo un momento di questo processo quasi elettrico. Ma nessun governo può permettersi una fonte di energia che non controlla. La piazza è un laboratorio in cui la chimica sociale non è regolamentata. Se due sconosciuti si parlano troppo a lungo, iniziano a immaginare. E l’immaginazione è un virus che il sistema immunitario dello Stato deve isolare.
Effettivamente, non è che la città contemporanea proibisca di incontrarsi. Però organizza le condizioni perché gli incontri non producano alcun legame politicamente rilevante.

II.
Mentre guardo portare via i resti capisco che quello che avevamo costruito era una forma di vita. Stavamo creando un ecosistema di affetti e lessici non mercificabili.
Lo sgombero, presentato come “ripristino della legalità”, è in realtà un’operazione di micro-chirurgia sociale. Di lobotomia urbana. Che recide il tessuto connettivo. Una volta separati, torniamo a essere atomi compatibili: un contratto d’affitto, una partita IVA, un abbonamento a Netflix. Soli e in silenzio. Ma pienamente tracciati. Folla che consuma.

III.
Passo davanti a una vetrina e vedo il mio riflesso. Ho le occhiaie, la pelle grigia e lo sguardo perso negli schermi (qualunque schermo…). Il biopotere mi produce. Sono la zombie funzionale. Non sono morta perché sarei inutile per il PIL. Sono la semi-viva. Lavoro, consumo, scrollo, reagisco con un’emoji infuocata sotto un post di protesta, ma non mi aggrego. La zombieficazione è un capolavoro di economia politica: mi lasciano l’energia sufficiente per arrivare a fine mese, ma mi drenano quella necessaria per costruire una via d’uscita. Lo zombie è il cittadino perfetto: non crea mai spazi sottratti alla circolazione economica – non crea nulla.

IV.
Guardo il mio feed. È una parata di rabbia in pixel. Qui, in questo rettangolo di vetro, non rischio nulla. Non sento l’odore di chi mi sta a fianco, non percepisco quella tensione elettrica che attraversa cento corpi che non arretrano.
Il feed è una piazza sterilizzata. Tutti urlano, ma la voce non incide sulla realtà, solo sul database di una multinazionale californiana. La piazza fisica è opaca, pericolosa. La piattaforma è trasparente, misurabile. Indovinate quale delle due fa dormire tranquilli i prefetti?

V.
Sento il rumore di una sirena in lontananza e istintivamente mi raddrizzo. Mi sento sospetta. Anche proprio senza fare un cazzo. La parola magica è “sicurezza”. È geniale. Trasforma il contatto in un problema: (a) medico, (b) legale o (c) terroristico.
Non vi vieta l’incontro ma ve lo rende sgradevole, ansiogeno. Deve farmi credere che l’altro sia un potenziale portatore di caos o di virus. E così, iniziamo ad auto-disperderci. Straordinario. Il potere ha ottenuto l’obbedienza senza far nulla se non agitando lo scettro dell’Incolumità.
Lo Stato non teme l’illegalità in quanto tale. Infatti tollera molte illegalità funzionali.
Teme invece ciò che crea autonomia.

VI.
Mi alzo. Sono esaurita, ingranaggio perfettamente oliato e politicamente inerte. Mi faccio autoanalisi perché la psicologa costa troppo. Penso che chiudere gli spazi e dunque le possibilità di movimento è sempre anche produrre una una sensazione di inevitabilità. Di chiusura proprio totale dell’azione perché si interiorizza la sconfitta. Si parla con cinismo e politicamente stanchi. Si accetta la precarietà come forma naturale della convivenza.
Quasi mi basterebbe un cenno, una parola detta a voce bassa, fuori dal copione dei consumi.

VII.
Il governo impedisce ogni aggregazione perché l’aggregazione interrompe la gestione della vita. Ma le connessioni non si possono sgomberare per sempre. Vibrano sotto la superficie marcia di questa città-zombie. Che nega una vita degna in nome di una generica “Vita” bio-medica e cosmetica. Tutta patinata. Se la zombieficazione è isolamento organizzato, allora l’aggregazione è l’antidoto. Finché esiste un luogo in cui il tempo non coincide con il profitto, il loro controllo resta parziale. Finché si userà uno spazio invece di possederlo, la gestione della vita non sarà totale.
Non temono il disordine: il disordine si governa. Non temono la rabbia: la rabbia si disperde. Temono l’intelligenza che nasce dai corpi vicini. Temono un tempo in cui nessuno è in vendita. Temono uno spazio che non si possiede ma si usa. Il timone si stacca. Il mondo ricomincia.

