Del perché la coppia non ci salverà: Pasolini poliamoroso tra forze, forme e divenire

«Poi, c’è una grande libertà nei rapporti della coppia eterosessuale – una libertà per modo di dire, perché dev’essere quella, e poi è obbligatoria. Siccome è concesso, è diventato obbligatorio.»

Per Pasolini la coppia eterosessuale, così come viene celebrata dal consumo di massa, è una recita di libertà obbligatoria. L’apparente spontaneità è il prodotto di un dispositivo che ha già deciso per te cosa desiderare, come e quando esibirlo. Si tratta quindi di una forma – un modello sociale, estetico, economico – che ha catturato le forze del desiderio e le ha rese funzionali al mercato. Una forma-coppia come dispositivo. La coppia non è nemmeno già più intesa tanto come esperienza vissuta, ma piuttosto come insieme di modalità in in cui un certo tipo di relazione è reso visibile, legittimo, vendibile.
Tenersi per mano, passeggiare nel centro commerciale, conformarsi al rituale degli anniversari sono rimessi in circolo come liturgia della forma-coppia. La sua forza sta nella normalizzazione estetica, nel sembrare naturale pur essendo il risultato di un progetto della modernità capitalistica che ha trasformato gli incontri in marketing affettivo, messinscena, omologazione. Il potere non si limita a proibire: impone ciò che si deve desiderare.
«È una coppia completamente falsa e insincera, di un’insincerità spaventosa. Vedi i ragazzi che, presi da chissà quale slancio romantico, camminano tenendosi per mano, un ragazzo e una ragazza, oppure tenendosi abbracciati. “Cos’è quel tipo di romanticismo?”, ti chiedi. Niente. È la loro coppia rilanciata dal consumismo perché questa coppia consumistica compra. Tenendosi per mano va alla Rinascente, alla Upim.»
La coppia non cammina verso il futuro, cammina verso la cassa. È l’unione di due soggetti trasformati in target, uniti dal potere d’acquisto.

Foucault sposta lo sguardo: non è il sesso “non conforme” a spaventare il potere, ma l’amore imprevisto, l’intensità affettiva che sfugge ai codici. La forza come intensità che disturba:
«Quello che inquieta è che degli individui comincino ad amarsi… L’istituzione è presa in contropiede da delle intensità affettive… che introducono l’amore là dove si dovrebbe avere la legge, la regola o l’abitudine.»
La forza qui non è il desiderio come merce, ma il desiderio come evento: imprevedibile, non calcolato, resistente alla traduzione in forma. È ciò che la coppia-dispositivo non può contenere senza snaturarlo.
Qui sta il punto: ciò che terrorizza il potere non è l’atto, ma la possibilità che due o più soggetti inventino tra loro una grammatica di gesti, sguardi e presenze non traducibile in lingua istituzionale. Ogni “comunità” riconosciuta è già sotto sorveglianza reciproca; ogni legame stabilizzato è una micro-polizia che sorveglia la propria stessa esistenza.
Bisogna pensare uno spazio dov’è pensabile un legame che non ha statuto, non ha patto, non ha contratto. Una costellazione di rapporti che vivono di attrazione, frizione, intensità; che non si lasciano ridurre alla cella minima della coppia borghese.
Nessun patto ci tiene insieme se non la spontaneità dei sorrisi, la crudeltà inevitabile, gli accidenti della passione, il concetto di ordine abolito, sostituito dall’effettività del rapporto di forza. Ogni volta che rendiamo amministrabile il nostro entrare in contatto, firmiamo la sua condanna.
Tale è l’opposizione radicale alla forma-coppia: spazio di molteplicità e instabilità dove la vita si gioca senza cornici prestabilite.

Pasolini su Tinder che imposta non-monogamo.
Più che moralizzare sulle cose si tratta di cogliere, nelle sue parole, l’auspicio di una vita che non si lasci chiudere in un formato. Politica contro-monogama, apertura alla pluralità dei legami, rifiuto dei dispositivi economico-affettivi, desiderio di forze libere che attraversino i corpi senza finire in un album fotografico da esibire o database di aziende.
Non si tratta di essere poliamorosi, così come non si deve essere drogati per delirare sulla droga o omosessuali per attraversare un divenire -drogato o -queer.
Pasolini non proponeva una soluzione: proponeva uno sguardo disarmato, capace di vedere la miseria dietro la facciata. Se scrive, l’amore è spesso un luogo scomodo, privo di garanzie. Un luogo che non può essere normalizzato senza perdere la sua forza.
In gioco non è la definizione, ma l’accesso a un certo regime di intensità. L’esperienza non è un monopolio di chi si riconosce in un gruppo, in un’etichetta, in una biografia: è un’operazione di contatto e attraversamento. Il problema non è mai “io sono così”, ma “io sto attraversando questo”.
Essere questo o quall’altro come forma è ancora un dispositivo, con regole, buone pratiche. Ogni alternativa che si propone come salvezza rischia di essere lo stesso incubo, con un’estetica diversa. Non c’è liberazione nel moltiplicare i modelli: la liberazione è stare fuori modello, nello scandalo.

Un divenire è invece lasciare che la molteplicità dei legami perturbi la forma, senza trasformarsi in codice. Come il divenire animale è disfare la griglia che ordina il corpo umano, attraversare zone di intensità che appartengono a mondi differenti.
Allora non si “è” poliamorosi, drogati, omosessuali…: si entra in contatto con un’ebbrezza, si cammina sul bordo della forma, si respira in un ritmo che non appartiene a nessun codice. La droga talvolta fa delirare, e si può delirare anche senza la droga; il poliamore talvolta libera, e si può liberare anche senza portarne il vessillo.
L’identità è una gabbia; il divenire è una fuga che non si lascia catturare.
L’incubo di Pasolini non è tanto la coppia in sé, ma la coppia come forma che pretende di essere l’unica. Il sogno non è un’utopia rosa di armonia, ma un caos organizzato di intensità dove il mercato non possa mettere piede. Si tratta di incendiare la forma.
La coppia non ci salverà. Ci salveranno gli incontri non registrati, la molteplicità indisciplinata può rompere la forma.
C’è la possibilità di un’incontro in-formale, a-forme, de-forme…? Se c’è, si presenta come puro rischio. Incontro non protetto da regole esterne, non blindato in definizioni, che accetta la possibilità di disperdersi tanto quanto quella di durare. Comunità senza comunità, in cui la sola coesione è l’intensità momentanea del legame.

