Tutto il resto è mito post-vero

✸ Chi dice la verità potrà mai parlare da un corpo normato? O la verità, quando si azzarda a passare per la bocca dell’ordinario, suona subito come pubblicità, slogan, disclaimer, biscotto della fortuna…? Forse chi parla da un corpo normato non dice la verità ma la rassicura, la confeziona per ri-venderla. Ecco perché una verità per raggiungerci effettivamente sembra aver bisogno, piuttosto, di un inciampo. Anche solo un balbettio. Ma soprattutto una soggettività che devia quel tanto che basta dallo stampo che viene prescritto come standard umano.
✸ Ma già qui si apre un ulteriore punto cieco spesso tralasciato proprio da chi pretende di parlare in nome della realtà: «non pensare al tuo corpo è anche un privilegio.»Soltanto chi abita un corpo conforme e innocuo può permettersi il lusso della neutralità, di dimenticarselo. Chi è già sempre inquadratə in una specie di de-formazione delle forme dominanti deve invece ritornarci costantemente. Il corpo vi entra in ogni frase come nota implicita e in ogni gesto come premessa tattica. Prima ancora di parlare si fa i conti con ciò che il tuo corpo dice al posto tuo.

✸ In effetti la domanda iniziale è quasi ironica, crudele. Come ci passa qualcosa come la verità da un corpo che non pensa la propria materialità esposta a delle situazioni sempre differenti? Non rischia forse di dire una verità disidratata, anemica? Vale a dire: una verità che – per caso! – coincide col punto di vista del potere. La domanda resta sospesa – si può testimoniare ciò che eccede la norma senza che la norma ti inglobi o ti citi come caso interessante in una nota a piè pagina o in un rapporto istituzionale?
Il problema è che i corpi normati parlano sempre (da) sopra come se avessero una grammatica di loro proprietà. Tu invece quando provi a dire qualcosa di vero senti che la verità non vuole uscire in linea retta: predilige il piegarsi, lo slittare, lo sgocciolare dai bordi… come se questa lingua non fosse mai stata pensata per ospitarla. «Questa è la lingua dell’oppressore, ma ho bisogno di parlarti.»
✸ Questa inospitalità – che è un concetto ampio che non esauriremo qui – non è tanto un difetto quanto una modalità di resistere all’archiviazione, alla catalogazione identitaria in ruoli riconoscibili e parole che suonano bene perché sempre ripetute.
Potremmo ragionare su un modo della verità che non riguarda ciò che «si» dice – il «si» per intendere: in generale – o un contenuto stereotipato, ma piuttosto un gesto, una dis-aderenza dall’immagine già decisa di te e del mondo tutto. Questa modalità lavorerebbe per punti di vista, localizzazioni di una cartografia, sfasature – e si aprirebbe perciò su altri mondi possibili. Smentirebbe un destino.
Soprattutto: la verità come ciò che accade quando un corpo prende la parola non per rappresentare sé stesso, ma per disinnescare la macchina che vuole renderlo rappresentabile. Se c’è qualcosa che somiglia alla verità oggi – cioè nello spettacolo totale della post-verità e della truffa – forse non parlerà con la voce di chi incarna la norma, ma con quella di chi ha imparato a smontarla dall’interno.

✸ La post-verità non è affatto il trionfo della menzogna, come si ripete nei talk show per calmare gli spiriti inquieti della democrazia. È piuttosto il momento in cui la verità perde il proprio appiglio e la vita si scopre trattabile come un materiale plastico, manipolabile. Nessuno si prende la briga di distinguere gli inganni.
Chiaramente la post-verità nasce quando la verità smette di essere un orizzonte e inizia a funzionare come una valuta. Non importa che sia vera ma che sia fruibile, convincente. Non importano né corrispondenza né creazione, ma l’allineamento del mondo alle proprie angosce tiranniche.
Il punto non è che «ognuno ha le sue verità…»: piuttosto, la verità diventa un effetto speciale che filtra psichicamente e governa politicamente il mondo tutto o gran parte di esso.
✸ E tuttavia, se la post-verità sembra così potente, è perché ci ricorda qualcosa che il razionalismo moderno ha sempre preferito ignorare: non diciamo mai la verità da un punto neutro. La verità è sempre incarnata, situata, parziale, compromessa con la posizione da cui parla. Il problema non è la post-verità: è il pregiudizio che ci faceva credere che, prima, fossimo al riparo dal corpo, dalla storia, dal desiderio.
La post-verità non è la fine della verità: è la sua vendetta. È il ritorno del corpo, del contesto, dell’affetto, tutto ciò che la filosofia ha provato a espellere per secoli, che ora rientra dall’ingresso principale sotto forma di confusione sistemica.
Perciò il compito oggi non è difendere la verità come un monumento in rovina, ma ricominciare a produrla come un gesto situato e vulnerabile. Una verità che non pretende di essere la sola ma che almeno resiste alla tentazione di essere soltanto un trucco di scena. E in tal senso non ha né un’aspirazione retorica di convincere né una governativa di direzionare il vostro agire.
✸ Infatti, bisognerebbe pensare alle verità come delle formulazioni che aprono passaggi, come delle soglie; vale a dire: non linee che separano, ma luoghi che espongono, che mettono in comunicazione senza mai fondere, che obbligano chi le attraversa a rendersi disponibile all’evento dell’attraversare. In tal senso la verità non è né la porta che si chiude né quella che si apre: è la soglia che permane, il punto in cui né dentro né fuori hanno più senso, e dove qualcosa o qualcuno può finalmente passare.

✸ Tornando a noi, quindi: chi è normato non parla, semmai ripete, ripete parole d’ordine, comandi… È la cassa di risonanza dell’ordine, l’altoparlante del consenso; o è bloccato in un centro – in cui non si danno attraversamenti né (s)connessioni –, in una postura fallica che non genera ma impone e conserva. Una postura fallica e tuttavia sterile.
Da ciò deriva che in qualche maniera la verità esige anche di corpi che smarginano, che si espongono piuttosto che ritrarsi dai rischi del divenire e dell’alterità. O di una voce che può essere smentita dal proprio stesso movimento, e nondimeno insiste (e trova la sua verità in questo stesso insistere, dal livello biologico fino a quello religioso).
✸ Per esempio: la verità che c’è nel disfare la categoria di «sesso» non sta tanto nel sottrarre – per una specie di piacere ascetico del negativo – ma nel creare potenzialità e relazioni altre. È un’espistemologia dell’esplorazione. In questo è propriamente scientifica (come saprete, le scienze non scoprono ma inventano).
Un’altro esempio, che si riallaccia al primo: la profezia. La profezia si situa sempre in un confine, nella congiunzione tra presente e futuro, tra umano e divino, tra visione e cecità, tra maschile e femminile. Bisognerebbe ragionare su queste stesse categorie, dubitarne. Infatti, non potrebbe darsi, nel primo caso, una profezia sul passato? E poi, nell’ultimo caso, in che modo il profeta disattiva il binarismo?

✸ La profezia è storicamente percepita come femminile, e il femminile già sempre inteso come polarità minore del binarismo di genere. Noi, profeticamente, potremmo fare un uso diverso del termine «minore», dargli un’altra possibilità e intendere, con esso, non una semplice marginalità, ma una forza che rompe le concatenazioni dominanti dell’enunciazione. Vale a dire quel movimento minore che incrina l’apparente neutralità del linguaggio maggioritario, quello che pretende di parlare per tutti da nessun luogo.
Ogni enunciazione è un dispositivo di potere che determina chi può parlare, in quale modo, con quale corpo e in quale mondo. Rompere le concatenazioni dominanti significa interrompere la continuità che lega lingua, soggetto e ordine sociale; significa introdurre una stonatura, un ritmo che non rientra nello spartito del senso comune. È fare della lingua un campo di forze, non un codice da applicare; farle dire ciò che non era previsto che potesse dire. Una linea di fuga non è una fuga dal mondo, ma l’apertura di un mondo possibile dentro quello presunto necessario.
Non si tratta né di rintracciare né di negare il valore del femminile nella profezia. Né di restaurarlo – sarebbe un gesto museale – né sintetizzarlo col maschile. Si tratta sempre piuttosto di esposizioni, di entrate in contatto o in conflitto, di corpi che collidono. Soprattutto di sabotaggi. In questo caso, si tratta di attraversare il femminile profetico riconoscendolo come un uso minore della lingua e del corpo che si situa, in effetti, in opposizione a un ordine rigido e normato, com’è quello dei generi. La verità è minoritaria perché non parla da o per l’identità, ma di ciò che la mette in crisi.

✸ «Il tempo che gli indovini interrogavano, per carpirgli ciò che celava nel suo grembo» non è un orologio che scandisce scadenze, ma un corpo vivo che pulsa di possibilità. Non appartiene a chi sta al centro e lo conserva, lo fissa, ma ai movimenti e alla creazione.
L’indovino non legifera una condanna: ascolta il grembo del tempo lasciando che il futuro resti fecondo, irrealizzabile perché possibile – perché, se pienamente realizzato, attuato, esaurirebbe le sue potenzialità. Profetizzando non enuncia una sentenza ma suggerisce dei movimenti. È un corpo minore, laterale, che parla dalla propria posizione situata – come una monade dislocata che riflette il mondo – non per tradurre i segni in verità unica, ma per farli proliferare nelle molteplici direzioni.
Liberato dall’incantesimo di chi pretende di possedere – e quindi esaurire e rendere inutilizzabile, perché la proprietà per definizione nega l’uso – il domani, esso non è «tempo omogeneo e vuoto» destinato a ripetere le forme d’oppressione: ogni istante è invece una soglia della quale non si possono congelare dei frame senza perdere il movimento.
✸ Tiresia è l’indovino cieco transessuale che nel mito attraversa il confine del visibile e dei sessi, appunto. È un punto di condensazione di questa verità ambivalente. Che resiste alle codificazioni per esporle al divenire. Colpisce due serpenti che si accoppiano e viene trasformato in donna.
I due serpenti uniti sono il corpo ambisessuale, unità originaria dell’androgino. Ma questo corpo è destinato alla separazione: ecco che il dimorfismo sessuale si fonda su un delitto originario: sulla cancellazione dell’androgino.
Tiresia nel colpire i serpenti non fa che replicare il gesto di Zeus: dividere, dimezzare il sesso in un destino o legge. Ma poiché Tiresia non è un dio compiendo questa rottura ne resta contaminato.
Questo attraversamento del corpo, questa modulazione del desiderio e della forma, non è da intendere tanto come punizione quanto come accesso. Un accesso segnato dalla pratica macchinica delle rotture e delle segmentazioni e delle ricombinazioni.

✸ Quando Tiresia è interrogato da Era e Zeus su chi goda di più nel rapporto sessuale e Tiresia risponde la donna, la risposta non è solo un’affermazione sul piacere: è uno scarto all’ordine simbolico maschile, un buco o un cut-up nell’ordine fallico dell’enunciazione. Zeus punisce Tiresia – lo acceca – non perché mente o ha torto, ma perché parla dati i suoi attraversamenti, i suoi posizionamenti.
Gli dèi sono esseri di collera: fondano la legge nell’atto sproporzionato, nell’ira che si fa norma, nel castigo che plasma un ordine e quindi un destino. La cecità, allora, non è una conseguenza: è la forma stessa della verità che non si può dire senza pagare. Vale a dire: chi dice il vero si espone al rischio della verità, nel gesto della parresia. Non il «diritto» – già sempre codificato e quindi limitato – di parlare, ma l’esposizione che deriva da ciò che dici. Tiresia parla senza garanzia, senza protezione, essenzialmente fuori posto. E la sua cecità non è la sanzione di un delitto, ma il prezzo di un’apparizione.
La punizione – la cecità – e il dono – la veggenza – si scambiano, si rispecchiano, si intrecciano. La storia non avanza per causalità crono-logiche, lineari, ma per costellazioni, sovrapposizioni. Sicché così come la cecità non consegue al dire ma vi coincide, anche la veggenza di Tiresia non è una ricompensa che viene dopo la cecità, ma il suo doppio. Sono lo stesso evento su due piani che viaggiano insieme.
✸ Vedere l’androgino produce una contaminazione, uno sguardo che attraversa, e da cui si è attraversati. Tiresia allora aggredisce i serpenti, ma ne è già sempre trasformato, perché la visione ha preceduto il suo colpo. Il conoscere è quindi, in una sola volta, forma di esposizione al potere e irruzione del reale nel soggetto.
Il dire di Tiresia è scandalo non per il suo contenuto, ma per il suo dire l’indicibile… – e quindi riattivare le doti immaginative. La sua parola è affetto, non dottrina.
Non è solo dire la verità sul piacere sessuale, ma rendere visibile la condizione di chi può parlare perché ha attraversato il corpo confinato e il linguaggio normato. Il corpo di Tiresia è manifestazione di una verità che non si può dire perché scardina la norme stesse dell’enunciazione, del soggetto d’enunciazione.
Tiresia guarda nel buio: è figura della soglia, del limite, dell’ambivalenza. Veggente cieco, profeta trans. La sua parola agente è affetto del corpo che ha vissuto l’androgino. Corpo che sale contro la norma, strategia veritativa che non può essere catturata: guardare nel buio, dire dell’indicibile… e altri gesti di disfacimento dell’ordine binario.

✸ La «verità femmenella» non è tanto una teoria quanto una pratica del corpo. Non si sceglie ma si attraversa. Voi non pensate mai tanto alle cose, in maniera così attiva, quanto piuttosto essere vi si presentano, addirittura vi si impongono, sicché vi obbligano se non a pensarci almeno a vagheggiare delle tattiche per rispondergli, per muovervi nel mondo…
Tiresia è testimone non di un contenuto, ma di una condizione. Il sapere non si cristalizza in un potere ma opera uno spalancamento, un’affettazione. E la veggenza non è dono ma forma di esposizione, perché la verità femminiella è sempre incarnata e attraversata.
✸ Ogni forma di conoscenza che nasce dallo sguardo è già inscritta nel maschile. Non è questione di metafora: nella cultura greca antica, la vista è potere, e il potere ha un sesso. L’organo sessuale maschile e il lógos condividono la stessa funzione generativa, la stessa pretesa di produzione e di dominio. Come dice Artemidoro: il membro è la cosa più feconda, come il discorso. E per gli stoici, Dio stesso è un lógos spermatikòs: un principio razionale, maschile, che semina ordine nel caos.
Non sorprende allora che teoria e visione siano storicamente costruite al maschile. Guardare è esercitare un potere ordinatore, oggettivante, fallico.

✸ Il voyeur che guarda senza essere visto trasforma l’alterità in puro oggetto di fruizione, corpo ridotto a superficie visiva. Lo sguardo si appropria dell’immagine, costruisce una narrazione interna che ne sostituisce la complessità e con essa produce un piacere dal potere stesso di guardare.
Blue Velvet di Lynch può suggerire questa dinamica, nella famosa scena in cui Jeffrey osserva Dorothy dall’armadio. Potremmo pensarlo con il semi-recente concetto di male gaze, chiededonci in che modo si rivela come dispositivo. In un primo senso, è un dispositivo teorico, perché struttura la narrazione e la possibilità stessa di sapere chi è Dorothy. È poi un dispositivo visivo, perché incornicia il suo corpo, seleziona cosa mostrare e cosa nascondere. Infine è un dispositivo, per così dire, fallico, perché radica l’investimento libidinale in una passivizzazione dell’alterità. Il cortocircuito lynchiano che dovrebbe apparire chiaro è che questo sguardo ordinatore non resta puro: scivola nel caos e nella violenza del reale, mostrando che l’atto di guardare non è mai innocente.

✸ Il lógos come forma razionale del sapere si costituisce contro altre modalità di conoscenza, che vengono relegate alla polarità minore del femminile: l’intuizione, la divinazione, o il corpo e il suo esser situato, desiderante, mortale…
Tiresia incarna la frattura. La sua figura attraversa il confine: da uomo a donna, da razionalità a veggenza. Il suo divenire donna è simultaneo al suo accesso a una conoscenza che non passa più dallo sguardo, ma dalla cecità. Vedere troppo è smettere di vedere.
La cecità, in Tiresia, è la castrazione dello sguardo fallico, la perdita dell’organo epistemologico maschile per eccellenza. Ma questa perdita non è privazione: è apertura mediante queste disattivazioni a un altro concatenamento di enunciazione. Il veggente non è più colui che domina il visibile, ma chi è attraversato da un sapere che lo eccede.
Tiresia, spogliato del fallo e dello sguardo, accede a una forma di conoscenza che non è più del soggetto, ma dell’evento. In questo senso, il sapere maschile è il sapere della forma, dell’identità, dell’ordine. Il sapere femminile è il sapere della trasformazione, dell’ambiguità, del possibile. Ogni gesto che rompe l’alleanza tra visione e verità, tra lógos e potere, è già un gesto di diserzione dal regime epistemico del maschile.

✸ Per le vie di Napoli, dove i codici si allentano e la miseria sfrega contro i marmi dei palazzi, sopravvive una figura che infrange ogni binarismo senza nemmeno doverlo nominare: il femminiello. Non uomo né donna, non travestito né trans, ma altro. Non identità di genere ma tensione vivente, non un’eccezione alla norma ma scarto dal suo stesso fondamento. Non rivendica nulla: disfa. Il suo corpo è già rito.
La figliata, simulazione pubblica di un parto, non è un dispositivo di verità, non si guarda direttamente come uno spettacolo. La scena resta velata, coperta da un telo semitrasparente. La verità non è questione trasmissione o dimostrazione, ma affettazione. Come il Cristo velato, che si rivela proprio nel suo essere coperto: il velo, che ne accentua le forme, svela.
✸ Vedere è sempre un gesto autoritario del selezionare, ordinare, tagliare fuori o sovraesporre. Appartiene a un regime di controllo. Per questo la verità che non si lascia catturare viaggia a cecità. Guardarla dal vivo significa esserne colpiti da una specie di aura che rende ciechi rispetto a tutto il resto. «Come colui che agisce, secondo l’espressione di Goethe, è sempre senza coscienza, così anche è senza scienza, dimentica la maggior parte delle cose per farne una sola, è ingiusto verso ciò che è dietro di lui, e conosce solo un diritto, il diritto di ciò che deve ora divenire.»

✸ Il femminiello, allora, non è solo figura del genere “altro” – cosa significa, in ogni caso? –: è piuttosto vettore di una epistemologia minore, una forma di sapere che passa per l’ambiguità, il corpo, il travestimento, gli affetti. Una verità che non si produce fallo-logicamente, ma è «partorita» nel buio condiviso di un’esperienza.
Farsi veggente non è «fare luce», «scrutare», ma attraversare, è smettere di vedere come ci è stato insegnato, abbandonare lo sguardo normato ed inabissare nella visione. È accecarsi per intra-vedere. Vedere la vista. Tiresia, che dice il vero e diventa cieco e viceversa, è il profilo archetipico di questa soggettività scandalosa. Come i femminielli della figliata non guarda mai frontalmente la verità ma la lasciano passare per l’oscuro, per l’ob-skené.
✸ Ogni volta che un corpo osa un gesto che non torna nei conti del potere, lì accade qualcosa che somiglia a una verità. Che non è una Verità con la V maiuscola, che piace alle istituzioni perché, come loro, non cambia mai; ma la verità come evento.
Se non pensare al proprio corpo è un privilegio, pensarlo è anche atto di insubordinazione, altro modo per ricordare che nessuna norma è normale e nessun destino è inciso nella carne come una condanna kafkiana.
La verità non ci appartiene; piuttosto ci attraversa. Perciò – se attraversa i nostri corpi e il loro situarsi – non può che essere in movimento. Non si stabilizza mai abbastanza da diventare legge.
Pensare attraverso il corpo significa riaprirlo al possibile, restituirlo alla sua instabilità creativa, alla sua capacità di stupirsi. In questa stupore – mai del tutto governabile o dicibile – forse si annida la nostra chance più concreta di dire qualcosa di vero. Non perché siamo autorizzati, ma perché siamo vivi.
