La malvagità del banale

Intro
Non è ciò che si pensa a generare inquietudine, ma il fatto stesso che si pensi.
In questa distinzione radicale, Hannah Arendt afferma un’intuizione che attraversa sotterraneamente tutta la sua opera:
il pensiero non è un contenuto, ma un’attività. Non è qualcosa che si ha, ma qualcosa che accade e fa accadere, che ci trasporta o tramortisce.
Non è il possesso di un’idea, ma un movimento che può scardinare interi sistemi di valori e di azioni.
Il pensiero è pericoloso perché non ha padroni né scopi immediati. Non è automaticamente utile, consolatorio, o produttore di soluzioni. Anzi, spesso complica, interrompe, incrina. In questo senso, è opposto all’ideologia: dove l’ideologia semplifica, il pensiero complica; dove l’ideologia rassicura, il pensiero inquieta. Non è un caso che, nelle epoche più buie, pensare venga percepito come un’infedeltà da espellere come un virus.
I. Contro l’automatismo
Arendt ha attraversato il Novecento non come spettatrice ma come testimone dell’irrimediabile frattura che esso ha rappresentato per la tradizione del pensiero occidentale. Nel seguire il processo a Eichmann a Gerusalemme, non si è limitata a descrivere un individuo, ma ha colto un’intera forma di soggettivazione politica: quella che rende possibile il male in assenza di qualcosa come la Malvagità con la M maiuscola – un male fisicamente misurabile ed esportabile come si staccano le spine alle rose; o spiritualmente gestibile con messe, esorcismi e sedute psicanalitiche. Lì ha forgiato la nozione, tanto discussa quanto fraintesa, di banalità del male. Che non è superficialità del crimine – termine tra l’altro troppo legato alla giuris-dizione… – ma, piuttosto, assenza di radicamento del pensiero nell’agire. In altre parole:
assenza «tra l’impulso e l’atto, [di] quel breve intervallo in cui abita il pensiero. Dove il pensiero non ha posto, nemmeno la giustizia o la prudenza ne hanno.»
Eichmann non apparve come un mostro ideologico, né come un fanatico lucido, ma come un burocrate privo di immaginazione etica, incapace di porsi domande, di misurare il proprio agire rispetto a una legge diversa da quella dell’autorità.
Il suo male non stava dunque nell’eccezione (o nell’eccesso), ma nella norma: nel funzionamento impersonale, automatico, ripetitivo del potere che opera attraverso individui incapaci di pensare.
Ecco dove risiede il pericolo: nell’assenza di pensiero come vuoto etico e come delega cieca alle strutture del potere. Non si tratta, per Arendt, di una colpa nel senso tradizionale, ma di una desertificazione interiore, di una vita priva di quel dialogo silenzioso che l’io dovrebbe intrattenere con sé stesso.
Il pensiero è pericoloso perché introduce una distanza, una frizione interna tra sé e sé. Pensare significa, innanzitutto, smettere di essere trasparenti a sé stessi. Significa porre domande scomode, interrompere la continuità delle abitudini, resistere all’evidenza dell’ordine costituito.
Il pensiero è ciò che ci divide da noi stessi, che ci rende doppi, abitati, inquieti. L’io non è un monolite, ma una pluralità che dialoga, che si interroga, che si contraddice.
Chi pensa non è mai solo.
È questa pluralità ad essere condizione per il giudizio etico e per l’azione politica. Solo chi si è interrogato su ciò che agisce in maniera potenzianti piuttosto che di nuovo due volte repressive. Pensare è una forma di anticipazione, di interrogazione del mondo come s’interroga una specie di oracolo; un modo per abitare il tempo prima dell’azione, per farsi inattuali, per verificare la coerenza tra l’intenzione e l’atto falsificandola, eludendola, essendo sempre fuori tempo ed evanescenti. Cioè resistere alle cantilene che ci vengono imposte e non riproporne di altre, non riproporre un’altra Costituzione che in quanto singola esclude tutti gli altri possibili che il mondo ci dona.
II. Sapere che non pensa
Pensare non coincide né con l’intelligenza né con l’istruzione. Il pensiero non è tanto accumulazione quanto attrito. Non si misura in quantità, ma in profondità. Per questo può venire represso, o neutralizzato, sotto forma di tecnicizzazione del sapere, standardizzazione dell’opinione, culto della competenza.
In un mondo dominato dalla razionalità strumentale, Arendt ci mette in guardia contro una delle più grandi illusioni del pensiero moderno: confondere il conoscere con il pensare. Conoscere significa produrre risultati, ottenere risposte, trovare soluzioni. Pensare, invece, è abitare le domande, e quindi immaginare altre modalità di esistere.
L’accademia, la burocrazia e la tecnologia – in quanto apparati funzionali – si fondano su una forma di sapere che tende a escludere il pensiero come rischio. Il pensiero è visto piuttosto come un problema, un intralcio. Eppure è proprio lì che la libertà si gioca: nella capacità di non rispondere automaticamente, di non agire per impulso o per dovere, ma per discernimento etico.
III. Sul pensiero come forma del disobbedire
Etica significa, molto semplicemente, trovare antidoti a ciò che ci avvelena.
Il pensiero non è solo una pratica interiore. È anche – e soprattutto – una condizione di possibilità della politica. Non della politica come gestione del potere, ma come spazio dell’incontro tra singolarità. Per Arendt, la politica autentica nasce dove gli individui escono da sé stessi, si espongono, si mettono in gioco in uno spazio comune. E questo spazio comune è possibile solo se si è pensato. Solo se si è attraversata quella distanza che separa l’io dal mondo.
Pensare è pericoloso perché rompe il conformismo, rende impossibile l’obbedienza cieca, introduce in ogni azione una dimensione di imprevedibilità, di rischio, di trasformazione. E passa attraversa le pareti.
Chi pensa è anche chi può disobbedire.
Per questo i regimi autoritari temono il pensiero: perché non si può controllare, perché non ha confini, perché può insinuarsi ovunque. Ma anche le democrazie liberali, quando diventano amministrazione dell’esistente, cercano di neutralizzarlo. Lo trasformano in opinione, in contenuto-merce da diffondere, in forma vuota da riempire. Arendt ci invita invece a difendere il pensiero come attività viva, come gesto rischioso.
IV. Verso un’etica dell’irriducibile
Cosa resta del pensare in un tempo che premia la velocità, la produttività e il consenso? Una cosa tanto irriducibile quanto etica qual è il pensare diventa per forza un atto di resistenza interiore.
È prendersi tempo, sottrarsi al rumore, rifiutare le risposte prefabbricate. E quindi rischiare.
Il pensiero non è già mai puro, oggettivo, neutrale. È sempre situato, attraversato da affetti, domande, memorie, angosce. È sempre una forma di esposizione all’altro da sé. In questo senso, pensare è anche sempre pensiero di un altrove. Ed è pericoloso perché ci cambia, perché cambia il modo in cui vediamo il mondo, e dunque anche il modo in cui lo abitiamo.
